Controversie sull’uso del rospo di Sonora, o Bufo alvarius

L’uso del Bufo alvarius è in continua espansione, e viene proposto come pratica di medicina tradizionale. Ma è veramente così?

FONTE 1:  https://drogaspoliticacultura.net/psa/notas-cartografiar-uso-del-5-meo-dmt-sapo-bufo-alvarius-en-mexico/ 
FONTE 2: https://drogaspoliticacultura.net/english/bufo-alvarius-a-controversial-psychedelic-toad/ 

L’espansione del consumo di 5-meo-DMT estratto dal rospo Bufo alvarius (endemico del deserto di Sonora) nella seconda decade del secolo XXI, ha portato con sé una serie di controversie riguardo alla profondità storica del suo impiego, all’uso che se ne sta facendo in diversi contesti socioculturali – tra cui certi spazi urbani alternativi -, e alla sua incorporazione nelle culture indigene del deserto di Sonora: ambiti per molti aspetti interconnessi.

La “medicina del rospo”, diffusa principalmente attraverso internet, ha visto crescere la sua domanda in Messico, negli Stati Uniti e in alcuni paesi dell’Europa e del Sud America, generando diverse reti che si espandono molto al di là del territorio biologico regionale della specie, attraverso la strumentalizzazione di diversi discorsi sottostanti al suo uso.

Durante il XX secolo diversi investigatori hanno speculato sull’uso rituale del rospo della specie Bufo alvarius nel centro America, come evidenziano diverse investigazioni archeologiche nei siti maya, olmeca e messicani.

L’etnofarmacologo Wade Davis ha condotto una profonda investigazione sul tema negli anni ’90 1 2 3, dopo aver avuto un’esperienza con il 5-meo-DMT del Bufo alvarius in Arizona. Aveva conosciuto la sostanza attraverso White Dog, un hippy degli anni ’60 che condivise la pratica con diverse persone, la stessa rete che arrivò al medico Gerardo Sandovale, uno dei pionieri dell’uso di sostanze in Messico.

Davis verificò personalmente con gli archeologi incaricati di questi scavi i resti della specie di rospo ritrovati, e dato che erano indistinguibili iconograficamente, giunse alla conclusione che si trattasse di Bufo marinus (specie endemica del caribe latinoamericano).

Evidenze di non tradizionalità

Questa congettura lo portò a dedurre che l’uso della secrezione del Bufo alvarius fosse una pratica moderna, stimolata dagli studi scientifici realizzati sul veleno di questa specie negli anni ’60, che avevano ispirato alcuni psiconauti a provare a fumarlo; questo processo avrebbe portato all’apparizione dell’opuscolo “Bufo alvarius: la rana psichedelica del deserto di Sonora”, pubblicato nel 1984 anonimamente sotto lo pseudonimo di Albert Most. L’opuscolo, che spiega il procedimento per ottenere questa risorsa psicoattiva, arrivò in mano a diverse persone, tra cui lo stesso White Dog sopra menzionato.

Recenti ricerche etnostoriche, condotte principalmente nell’area di Trincheras in Sonora, possono offrire ulteriori prospettive alla domanda se questa risorsa fosse o meno utilizzata nell’antichità, come anche sul tipo di uso che se ne poteva fare in America centrale.

Purtroppo questa è una storia che deve ancora essere scritta, perché ancora non si può affermare né negare che sia esistito un uso tradizionale.

Per lungo tempo si è ipotizzato che gli antichi abitanti dell’America centrale usassero il B. marinus (non il B. alvarius) per i loro rituali al fine di raggiungere uno stato alterato di coscienza. Tuttavia, Weil & Davis 7 hanno chiarito che nessuno ha dimostrato come storicamente i componenti chimici della secrezione velenosa del B. marinus potessero essere neutralizzati, per permettere ai consumatori di sperimentarne gli effetti psicoattivi.

La ghiandola produce bufotenina (5-OH-DMT), un metilato derivato della serotonina, come anche bufotoxina e bufogenina, che sono glucosidi altamente tossici a livello cardiaco 8. Quindi il B. alvarius è l’unica specie scoperta del suo genere che possiede un enzima inusuale, O-metiltransferasi, che tra le altre cose trasforma il 5-OH-DMT in 5-MeO-DMT 9.

In ogni caso, distinguere tra B. marinus e B. alvarius potrebbe portare a problemi tassonomici. È impossibile distinguere queste due specie nelle antiche rappresentazioni iconografiche scultoree poiché le specie condividono aspetti morfologici molto simili.

Clinicamente, l’effetto psicoattivo del 5-OH-DMT è stato dimostrato solo attraverso la somministrazione per via intravenosa o intramuscolare. Tuttavia, queste modalità erano sconosciute agli sciamani Americani. Era impossibile sia inalarlo che soffiarlo nel naso 10.

Considerando il modo in cui il B. alvarius viene usato attualmente, il rospo non è né mangiato né leccato: in questi modi le tossine sarebbero attivate, infatti secondo Lyttle (1993) esse possono essere assorbite direttamente dalle membrane della bocca. Per questa ragione la secrezione è fumata attraverso una pipa o inalata attraverso un vaporizzatore 11, sebbene ci siano dei rischi anche quando viene usate in questo modo.

Fine di una cerimonia collettiva tra gli Otac, Messico City.
Fine di una cerimonia collettiva Otac in Kalmekayotl Ceremonial Center, Xochimilco, Città del Messico, Maggio 2017. Foto di Alí Cortina.

L’uso ‘tradizionale’ attuale

Attualmente il consumo di 5-meo-DMT del rospo è apparso in diversi spazi, per mano di nuovi specialisti della sua somministrazione, conosciuti col nome di ‘facilitatori’ (termini che fa allusione al fatto che essi non intervengono nel processo dell’esperienza, “fa tutto la molecola”).

Attualmente se ne possono trovare in tutto il paese (e in altre parti del mondo), e per la maggioranza si sono dotati di un’aura di legittimità a partire dalla supposta relazione con membri delle culture indigene di Sonora. Questo immaginario culturale è stato anche promosso da diversi articoli e video condivisi dai mezzi di comunicazione di massa.

In accordo con le testimonianze ricevute, l’introduzione della pratica del rospo nelle culture del deserto di Sonora è cominciata nell’anno 2011 con il Comca’ac (Seris), per mezzo dell’intermediazione di un’organizzazione civile sonorense di Hermosillo, formata da membri relazionati con la gestione culturale, le scienze umane, l’arte e la psiconautica.

Questi si proposero di integrarlo come un elemento che li aiutasse a consolidare la loro identità culturale di fronte al contesto di crisi generalizzato in cui vivevano le otto culture indigene dello stato di Sonora, la maggior parte delle quali erano dissolte e colpite fortemente dal narcotraffico.

Riporto un frammento della testimonianza di Odily Fuentes, creatrice del progetto:
…tutto è nato da un viaggio fatto con il rospo, una visione avuta per mezzo del rospo […] l’idea è stata che il tema del rospo era decontestualizzato totalmente, e più che altro si è trattato di congiungere pezzi che stavano separati, l’idea era se si usasse o meno da solo, […] già eravamo in contatto con certe tribù di qui della zona, prima di tutto un contatto di più di 20 anni con la nazione Comca’ac, ovvero i Seris, e poi abbiamo avuto contatti con i Tohono […] e così siamo andati di tribù in tribù…

Così nacque la Fondazion OTA.C (dal termine ‘otac’ che in lingua Comca’ac significa rospo) per favorire un’appropriazione culturale del consumo del rospo in relazione all’identità Comca’ac 4. Attualmente il presidente dell’associazione è Francisco Barnett Astorga, membro del consiglio degli anziani e importante leader spirituale, che ha ricevuto il Premio Nazionale di Arte e Tradizioni Popolari nel 2017 5.

Un esperimento fallito

All’inizio è stato con i Comca’ac, con i quali sono accaduti una serie di incroci tra diverse prospettive e pratiche, che hanno mediatizzato l’uso del rospo in questa cultura. Un esempio di ciò è la collaborazione avviata con il medico Octavio Retting, che si propose di riabilitare dalla dipendenza da metanfetamina (crack) alcuni dei suoi pazienti attraverso trattamenti Otac: questo ha portato diversi membri di questa cultura a promuovere l’uso di questa sostanza come un trattamento contro le dipendenze 6.

Al momento questo è un episodio che la Fondazine OTA.C ha lasciato da parte, come ha raccontato Odily Fuente:
La fondazione ha già abbandonato questo processo sperimentale con i Seris […] è stato un fallimento nel senso che le cose non funzionano così, usarlo così non funziona, […] continuano a drogarsi, mi è persino toccato di vedere pipe di metanfetamina mischiate con il veleno del rospo, […] sono molto contaminati con la metanfetamina, però non è neanche un problema loro, quello che succede è che lo stesso governo e quelli del comune gli regalano la metanfetamina, perché è un modo per far estinguere il sistema…”.

Nonostante le diverse problematiche che affrontano questi gruppi, il processo non terminato e l’espansione della tradizionalizzazione del 5-meo-DMT riflettono non solo l’immediato impatto mediatico, ma anche profondi cambiamenti all’interno di ciascuna cultura coinvolta, perché la pratica si è estesa negli anni successivi ai Tohono O’odham, agli Yaqui e ai Maya.

In questo modo il rospo sta diventando un termine chiave delle rivendicazioni culturali: alcuni dei membri di queste culture hanno introdotto il 5-meo-DMT del rospo in combinazione con le loro cerimonie tradizionali.

Riprendo la testimonianza di Samuel Amistron, membro della cultura Tohono O’odham:
…all’inizio non volevo prendermi questa responsabilità, perché prima che arrivasse a me la medicina, mi era già stato detto dalla tribù che io avrei avuto una guida, riguardo un lavoro in sospeso che deve tornare a essere fatto […] io non sono un facilitatore della medicina, io ho imparato a lavorare con la medicina […], se somministro la medicina devo assisterti, devo vedere, me la devo somministrare io stesso  per poter capire cosa sta accadendo a te […]. Quello che faccio è assumere continuamente la medicina per mantenere l’ego sospeso […] per non essere io quello che interferisce […]. Questa è l’istruzione che mi hanno dato i maestri superiori […] mi hanno portato fino a dove mi dovevano portare, con la medicina, per darmi istruzioni su come lavorare con essa, anche se io non so farla come la fanno gli altri, […] non posso, non me lo lasciano fare, se faccio quello che voglio io mi viene tolto questo sostegno che mi stanno dando, con il quale vengo guidato e comunico con il mondo spirituale, con il Grande Spirito […]. L’unico modo in cui puoi essere protetto è attraverso di Lui, se Lui mi protegge, io ho un sostegno nel mio lavoro, una via per connetterli con Lui affinché guariscano, spiritualmente, fisicamente o mentalmente. Il luogo in cui si lavora è là, io sono solo uno strumento, allo stesso modo della medicina…”.

L’aura di tradizionalità nei circoli alternativi

Allo stesso modo si deve far notare il fatto che il tema del rospo ha diversi posizionamenti all’interno delle culture coinvolte, perché mentre è accettato da alcune, è anche rifiutato da altre. Senza dubbio il suo valore economico ha fatto si che venga mantenuta sempre una certa apertura nei suoi confronti.

Bufo alvarius

Quello che si è raggiunto in questo ambito, ovvero l’introduzione del 5-meo-DMT del rospo nel discorso pan-indigenista delle “medicine ancestrali”, ha trovato riscontro nei circuiti alternativi di diverse parti del paese, dove già si consumava o si lavorava con psicoattivi legati a certe culture indigene, come il peyote, i funghi, l’ayahuasca, l’iboga etc.

Questo ha aiutato la sua accettazione e diffusione tra gli psiconauti, neo-guaritori, terapeuti, sciamani urbani e membri specializzati in altre culture indigene, affinché riconoscessero il rospo come una medicina spirituale. Ad esempio in Città del Messico è stato somministrato il rospo a Mara´Kate Wixárika e ad altri taita della Colombia e del Perù, così come a diversi anziani danzanti del movimento della revitalizzazione dell’identità Messicana.

Allo stesso tempo la diffusione del suo impiego in spazi principalmente urbani, lo ha fatto apparire in posti dove convive con l’LSD, la Changa, l’Hawaiian Woodrose e affini. Senza dubbio, dovuto alla potenza psicoattiva che possiede, il suo consumo ha prevalso in contesti cerimoniali – collettivi o individuali – con l’intenzione di provvedere a un setting controllato per le persone che affrontano l’esperienza.

Per questo motivo il rospo è entrato in ibridazione culturale con un’ampia gamma di pratiche rituali in accordo con l’interpretazione che ogni rete, gruppo o individuo gli dà, per farlo funzionare – cosa che accade con tutti gli psicoattivi sopra menzionati. Ecco perché non si può identificare un consumo purista del 5-meo-DMT del Bufo alvarius.

Con un pubblico ogni volta diverso la medicina del rospo è ricercata – anche da persone che non hanno mai avuto esperienze con altri psicoattivi – come rimedio contro tutti i tipi di malessere psico-emozionali (come tendenze suicide, paura della morte, rottura di legami amorosi o familiari), contro la dipendenza da altre sostanze (come l’eroina, la marijuana, l’alcool etc.), contro lo stress della vita urbana e come una forma di risveglio spirituale e di autoconoscenza.

Allo stesso tempo è stato impiegato come trattamento medico per persone con schizofrenia e autismo. In termini generali la sua applicazione ha mantenuto un carattere aperto e sperimentale.

In questo senso, la trasversalità dei differenti orizzonti discorsivi sul carattere tradizionale, medico-terapeutico e spirituale del suo uso, è ciò che legittima e giustifica il suo consumo, unendo a questo il fatto che non è una sostanza sotto controllo della legge, e quindi viene ricevuto in maniera più aperta rispetto ad altre sostanza controllate.

Conclusioni

Il risultato delle nostre ricerche indica che non ci sono evidenze letterarie (invariante o formalizzato) dell’uso tradizionale del B. alvarius, questa evidenza è supportata anche da altri autori 12.

A partire da questi dati può quindi essere concluso che le recenti sessioni organizzate sono il prodotto di un’invenzione.

La secrezione non ha proprietà medicinali confermate da nessuna ricerca su larga scala, a doppio cieco, o controllata con placebo, quindi è impossibile considerarla una “medicina”. C’è necessità di un lavoro sul campo implementato a livello internazionale per approfondire la conoscenza dei benefici dell’utilizzo del B. alvarius.

A prescindere da ciò, gli utilizzatori dovrebbero trattare i membri del regno animale in modo etico. Crediamo che l’estrazione della secrezione debba essere fatta senza danneggiare la rana. Inoltre il B. alvarius dovrebbe essere considerato una specie in pericolo critico di estinzione.

La popolazione delle rane è rapidamente decresciuta nel territorio americano, concentrandosi principalmente nel deserto di Altar. Diversi fattori causano questa situazione: il cambiamento climatico globale; l’espansione di insediamenti umani; l’estensivo uso di pesticidi e altri chimici; l’introduzione di specie che si nutrono delle uova del rospo; e la caccia.

La lista nera delle specie a rischio dell’IUCN dovrebbe essere aggiornata in relazione al B. alvarius, perché l’interesse per il suo uso si sta propagando rapidamente 13.

NOTE

1) Weil, A., & Davis, W. (1992). Identity of a new world psychoactive toad. Ancient Mesoamerica, 3(1), 51–59.

2) Weil, A. & Davis, W. (1994). Bufo alvarius a potent hallucinogen of animal origin. Journal of Ethnopharmacology, 41(1–2), 1–8.

3) Davis, W. (1998). Shadows in the sun: Travels to landscapes of spirit and desire. Washington, DC: Island Press.

4) Ogarrio Huitrón, J. E. (2012). Los Comcaac: naturaleza, conocimiento y espiritualidad. Un estudio sociocultural (Bachelor thesis). Universidad Autónoma Metropolitana-Xochimilco, México. 

5) Mateos-Vega, M. (2017, December 18). Otorgan premio nacional de artes a chamán de la etnia seri.  La Jornada. Retrieved from http://www.jornada.unam.mx/2017/12/18/cultura/a11n1cul 

6) Rettig, O. (2014). Bufo alvarius, el sapo del amanecer: la historia. México: Ediciones Pigmalión. 

7) Torres, C. M., & Repke, D. B. (2014). Anadenanthera: Visionary Plant of Ancient South America. Taylor & Francis.

8) McBride, M. C. (2000). “Bufotenine: Toward an Understanding of Possible Psychoactive Mechanisms”. Journal of Psychoactive Drugs, 32(3), 321–331.

9) Meyer, K., & Linde, H. (1971). “Collection of Toad Venoms and Chemistry of the Toad Venom Steroids”. In: Bücherl, W., & Buckley, E. (Eds.). Venomous Animals and Their Venoms. Vol. 2. New York: Academic Press, 521–556.

10) Weil, A. T., & Davis, W. (1994). “Bufo alvarius: A Potent Hallucinogen of Animal Origin”. Journal of Ethnopharmacology, 41(1–2), 1–8.

11) Metzner, R. (2013). The Toad and the Jaguar. A Field Report of Underground Research on a Visionary Medicine. Berkeley, CA: Regent Press.

12) Gómez Álvarez, G., Reyes Gómez, S. R., Teutli Solano, C., & Valadez Azúa, R. (2005). “La medicina tradicional prehispánica, vertebrados terrestres y productos medicinales de tres mercados del Valle de México”. Etnobiología, 5, 86–98.

13) Hammerson, G., Santos-Barrera, G. (2004). Incilius alvarius. The IUCN Red List of Threatened Species. URL: http://dx.doi.org/10.2305/IUCN.UK.2004.RLTS.T54567A11152901.en.

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