La mia laurea viene dalla foresta: intervista a Leopardo Yawa Bane

Leopardo Yawa Bane è nato nella terra indigena dei Kaxinawà del Rio Jordão, nello stato dell’Acre, in Brasile. Ha lasciato l’Amazzonia per imparare al meglio come condurre la propria gente attraverso i tempi moderni e, negli ultimi 10 anni, ha viaggiato in giro per il mondo conducendo cerimonie di guarigione.

Quello dell’Ayahuasca, in essenza, è un argomento che interessa i diritti dell’umanità intera: se da una parte credo che come esseri umani abitanti di questa Terra abbiamo il diritto di ricercare la guarigione attraverso le piante naturali con cui condividiamo il pianeta, dall’altra penso che anche noi come abitanti autoctoni della foresta, rappresentanti delle nostre terre e guardiani delle piante medicinali sacre abbiamo il diritto di viaggiare per il mondo per condividere queste cure senza paura di essere perseguitati.

Il diffondersi globale dell’Ayahuasca e della cultura indigena è un fenomeno che ho sempre appoggiato e che mi ha regalato senza dubbio grande gioia e tante opportunità ma, nonostante ciò, ci sono delle cose che destano la mia preoccupazione. Il mio principale timore è che, quando gli “uomini bianchi”  saranno convinti di essere “un’autorità” competente sull’argomento, la nostra gente e la nostra cultura verranno dimenticati.

La “Nonnina”, come viene devozionalmente chiamata da alcuni, non è una medicina destinata ad essere strappata prepotentemente dalla foresta per arricchire le industrie farmaceutiche e lasciare indietro gli indigeni, veri e propri guardiani di questa sacra bevanda. Molti di voi non hanno questo intento e possono pensare che quel che dichiaro sia un’esagerazione, ma “l’uomo bianco” continua a mentire alla nostra gente da quando è approdato sulle coste del continente americano 500 anni fa.

Psychedelic Science 2017

Leopardo Yawa Bane Pajè brasiliano Uni Kuin
Leopardo Yawa Bane sciamano brasiliano della tribù Kaxinawà

Recentemente ho partecipato e presentato la mia storia e le mie credenze alla conferenza “Psychedelic Science 2017” tenutasi a Oakland, California, presentata da Maps (Associazione Multidisciplinare per gli Studi Psichelici) e Beckley Foundation, fondazione britannica per la ricerca scientifica sulle sostanze psichedeliche. Penso che l’idea di una conferenza sia stata una iniziativa bellissima – in essa tutti gli esponenti si concentravano sui modi per aiutare la gente grazie all’uso delle sostanze psichedeliche e, come “curandero” (“guaritore”) questo è proprio ciò che faccio. Con questo però non voglio dire che non sia mancata con evidenza una rappresentanza indigena.

Della conferenza, nella quale hanno dato il proprio contributo più di 60 oratori provenienti da tutto il mondo attirando circa 2500 partecipanti, più della metà delle giurie di esperti nel “Plant Medicine Track” (area riservata alla piante medicinali) erano riservate all’Ayahuasca – a dire il vero ero uno dei pochi oratori indigeni presenti; e sinceramente questo fatto mi ha alquanto turbato. So che non sono stato l’unico – una donna che identificava se stessa come indigena ha affermato lo stesso durante uno degli incontri ed è stata anche menzionata nella copertina dell’evento dal New York Times. Io non sono stato invitato a far parte di nessuna delle giurie principali e, anzi, sono stato delegato al palco più piccolo gestito da Psymposia (alla quale sono molto grato),  ubicato nell’area acquisti (Marketplace) e aperto al pubblico.

Non nutro nessun rancore a riguardo e non è mia volontà lamentarmi soltanto o dimostrarmi ingrato ma, citando la donna indigena che è intervenuta: “…quello che voglio dire è che l’appropriazione culturale non è altro che una forma di ritraumatizzazione per la popolazione indigena”. Per 500 anni siamo stati traumatizzati e ora grazie all’Ayahuasca stiamo riacquisendo attenzione e rispetto – essere ampiamente ignorati ad una così prestigiosa e monumentale conferenza è altamente traumatico.

Dopo la presentazione di Domenica ero felice di vedere che il mio messaggio ha risuonato con molte persone. Un giovane partecipante mi ha detto: “E’ esattamente quello che stavo cercando durante tutto il week end, grazie, grazie, grazie per essere venuto qui e aver condiviso tutto ciò con noi”.

Un altro disse: “Sono molto felice di aver ascoltato il tuo parere a riguardo. Mi stavo appunto chiedendo perché non c’erano rappresentanti del popolo indigeno in ogni principale giuria di esperti.

Io non sono uno scienzato. Sono un Indio.

Sono davvero grato per l’opportunità di aver conferito e di aver creato connessioni con queste persone perché, fino a quel momento, avevo cominciato a pensare che forse non ci sarebbe stato più bisogno di un “pajè” (sciamano) indigeno. Quello che ho percepito durante la conferenza è che noi sciamani indigeni non eravamo necessari in mezzo a tutti quei dottori, neuroscienziati, chimici e accademici i quali realizzarono tutto questo e proseguirono senza di noi. Fortunatamente ho detto ciò ad alcuni dei miei Txai, i quali subito mi rassicurarono dicendomi che mi stavo sbagliando e dichiarando:

ora più che mai in questi strani tempi abbiamo bisogno di pajè, per  indicare la strada alla gente”.

Leopardo Yawa Bane Pajè brasiliano Uni Kuin
Leopardo Yawa Bane Pajè brasiliano Uni Kuin

Forse per alcune persone è necessario che una sostanza in precedenza sconosciuta come l’Ayahuasca sia convalidata da coloro che hanno credenziali a loro conosciute, come ad esempio un dottorato di ricerca Ph.D. Per un indigeno, però, è ancora quasi impossibile ottenere un così avanzato diploma, specialmente se la maggior parte della sua vita viene vissuta  in aree rurali e isolate come l’Amazzonia dove la sua comunità è localizzata. Così per molti di noi la foresta è la propria università nella quale ognuno ha ottenuto molti diplomi avanzati.

La Vita di uno Sciamano

Recentemente attraverso il mio lavoro ho realizzato che sembra ci sia l’illusione degli “sciamani rockstar”, dei quali si pensa che  tutto ciò che facciano sia viaggiare per il mondo e venire pagati profumatamente. Questo fenomeno è simile a ciò che succede ad alcuni atleti professionisti che provengono da contesti poveri come favelas, ghetti e case popolari ma che ora sembra abbiano ottenuto tutto facilmente. In questo modo viene grossolanamente ignorato tutto il lavoro fatto e tutti gli episodi razzisti che hanno dovuto sopportare per arrivare dove sono oggi – perfino Lebron James, il più famoso e pagato giocatore di pallacanestro del mondo, sta ancora facendo i conti col razzismo.

Gli indigeni sono considerati ancora come la classe sociale più bassa da quasi tutte le società;  con l’eccezione di alcuni stati, il lavoro che facciamo è considerato illegale e i soldi che percepiamo da esso sono esigui considerando che molti di noi hanno famiglie numerose e anche intere tribù da sostenere. Il viaggio e il carico di lavoro possono non avere fine e spesso passiamo lunghi periodi di tempo lontano dalle nostre case e dalle nostre famiglie. In aggiunta la nostra gente e le nostre case natali sono costantemente minacciate.

Txai in giro per il mondo

Leopardo Yawa Bane Pajè brasiliano Uni Kuin
Leopardo Yawa Bane Pajè brasiliano Kaxinawà

So bene che non tutte le persone bianche, o tutti gli occidentali, hanno cattive intenzioni – anzi, tutt’altro! Nella mia lingua abbiamo la parola “txai” (pronunciata “chai”) che significa “metà di me stesso, è metà di te, e metà di te è la metà di me” – e nei miei viaggi ho incontrato moltissimi txai in giro per il mondo. Non importa da dove tu venga, o quale sia il colore della tua pelle, ciò che conta è solamente chi sei veramente nel profondo del tuo cuore. Ti supplico di essere un txai consapevole della nostra storia e cultura, e di supportare la nostra lotta perché noi siamo su questo pianeta insieme (“estamos juntos” come diciamo in portoghese). Nel 21° secolo se desideriamo prosperare, non semplicemente sopravvivere, dobbiamo unire le nostre forze e costruire ponti – non muri – tra le nostre comunità.

Abbiamo tantissimo da imparare l’un l’altro e il primo passo da fare è riconoscere che questa è una strada a doppio senso, non c’è più tempo per la mentalità “io ho ragione e tu hai torto”. E’ chiaramente visibile che c’è tanto dolore e sofferenza in questo mondo e l’unica maniera di risolvere i nostri problemi è collaborare tutti insieme. Io sono padre di tre figli e il mio più grande desiderio per questo mondo è che tutte le persone possano stare insieme per creare un futuro più luminoso.

 

L’articolo è stato trascritto, editato e tradotto dal portoghese all’inglese da Chris Dodds.

Traduzione all’italiano a cura di Massimiliano Lodde.

Fonte: http://chacruna.net/my-degree-is-from-the-forest/

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