Ayahuasca, passato, presente e prospettive – di Rosa Giove

Rosa Giove Nakazawa è un medico-chirurgo e una guaritrice peruviana, con master in Salute pubblica, specializzazioni in epidemiologia, in management e gestione dei servizi sanitari e in medicina naturale e alternativa. Dirige il centro medico privato “Sagrada Familia” a Tarapoto, Perú, ed è la responsabile del monitoraggio biomedico del Centro Takiwasi

FONTE: https://www.takiwasi.com/docs/arti_esp/ayahuascapasadopresenteRosa.pdf
dott.sa Rosa Giove, responsabile del monitoraggio bio-medico del centro Takiwasi

Sin da tempi remoti la bevanda ayahuasca è stata usata dai numerosi gruppi etnici del versante occidentale del bacino amazzonico. Si stima che 72 gruppi etnici di questa area geografica l’abbiano utilizzata per modificare il loro stato ordinario di coscienza, con finalità religiose, terapeutiche e di affermazione culturale.

La sua importanza è dimostrata dall’ampia diffusione del suo uso e dall’esistenza di 42 nomi diversi per identificarla, così come dalle varie forme di preparazione e consumo che sono vigenti ancora oggi all’interno dei gruppi etnici e meticci.

I guaritori amazzonici sono esperti nell’induzione e nella gestione degli stati modificati di coscienza, attraverso sostanze vegetali (ayahuasca e altre piante) o animali (bufotenina). Essi modulano i loro effetti mediante additivi o con tecniche energetiche e rituali, usando questi stati per la guarigione, la divinazione o per riconnettersi con determinati elementi spirituali e culturali.

Elaborata attraverso la decozione della liana ayahuasca (Banisteriopsis caapi) con le foglie di chacruna (Psychotria viridis), in una combinazione sofisticata e precisa, scoperta millenni fa dal popolo amazzonico, la bevanda ayahuasca imita e potenzia l’azione di alcuni neurotrasmettitori che si trovano nel nostro organismo, così come in altri mammiferi.

Tanto le betacarboline contenute nella liana ayahuasca che la dimetiltriptamina (DMT) della chacruna si trovano nel tratto digestivo, nella ghiandola pineale e nel sistema nervoso. Per questo motivo, James Callaway (1995) arrivò a definirla “endohuasca”. Sebbene la scoperta sia relativamente recente ed il ruolo di queste sostanze nel nostro organismo non sia ben definito, si è potuto identificare il loro ruolo di regolazione dell’umore e l’associazione dei livelli di dimetiltriptamina con le immagini oniriche.

Per il suo effetto psicoattivo modificatore dello stato ordinario di coscienza, per il suo potere di guarigione, o forse per il suo effetto visionario, l’ayahuasca è diventata la base della medicina amazzonica, la pianta sacra attorno alla quale in questa regione si è strutturato il sistema medico ancestrale.

Un’amicizia controversa

La scoperta del sistema curativo indigeno da parte dell’Occidente è stata caratterizzata da pregiudizi e proiezioni di fronte ai concetti, le risorse e le diverse tecnologie a loro note, in una relazione ambigua che, sebbene meno evidente, persiste ancora oggi.

Gli effetti indotti dall’ayahuasca attirarono presto l’attenzione di alcuni cronisti spagnoli che, nell’interpretare dal loro punto di vista i fenomeni visionari ed il rapporto con il mondo invisibile, non esitarono ad attribuire un carattere diabolico a queste pratiche, come dimostrato dalla descrizione dei suoi effetti e dall’inquadramento della liana ayahuasca sotto il nome di “diablohuasca”, realizzato da Baltazar Martinez de Compañon:

 “…quando bevono, perdono il senno, perché la bevanda è molto potente, grazie ad essa possono comunicare con il diavolo, perché si trovano senza giudizio, e gli si presentano diverse allucinazioni che attribuiscono a un dio che vive all’interno di queste piante”.

(Martinez de Compañon, 1768, citato da Garcia, 1971)

Tuttavia, venne riconosciuto anche il suo valore medicinale, come nel testo di Inés Muñoz: “Il Dr. Montilla ci ha visitato. Cercherà di portare in Spagna una liana, che gli indigeni chiamano “la corda dei morti” ed ha uno straordinario potere calmante ed allucinogeno. Gli stregoni la utilizzano per i loro riti magici e religiosi. Egli ritiene che sarà molto apprezzata dai medici” (Diario di Inés Muñoz, 25/03/1553).

Dopo questo primo contatto, l’ayahuasca è stata riscoperta dall’Occidente come caapi da Richard Spruce alla fine del XIX secolo, grazie al suo contatto con le tribù Tukanos (banisteria caapi), Guahibos (fiume Orinoco tra Colombia e Venezuela), Záparos e Lamistas, incentivando così numerosi studi antropologici e medici.

Poco dopo sono stati identificati i suoi alcaloidi e le specie botaniche coinvolte nella preparazione della bevanda, ma l’interesse per la ricerca in seguito diminuì, focalizzandosi nel corroborare che caapi, yagé e ayahuasca erano la stessa cosa, così come harmina, telepatina e banisterina. Negli anni ’30 venne poi studiato il suo effetto antiparkinson.

Dagli anni ’70, con la nascita del movimento della controcultura ed il boom delle sostanze psicoattive soprattutto tra gli intellettuali e gli artisti, lo studio degli stati alterati di coscienza, dell’etnomedicina e del suo potenziale terapeutico venne ripreso; ciò divenne sempre più importante anche grazie alla progressiva affermazione delle sette ayahuasqueras in Brasile (Daime e União do Vegetal), estendendo così il movimento ayahuasquero ad altri continenti.

Dal 1992, a causa della necessità di rispondere a dei quesiti legali, è stato promosso lo studio scientifico e di bioprospezione sulla bevanda ayahuasca. Grazie alle ricerche condotte da istituzioni scientifiche brasiliane ed americane (Progetto Hoasca) vennero innanzitutto dimostrate la sua non tossicità, la sua capacità nulla di generare dipendenza ed il suo potenziale terapeutico.

L’ingresso del centro Takiwasi, Tarapoto – Perù

Un protocollo terapeutico pioniere nell’utilizzare l’ayahuasca per il trattamento di varie dipendenze è stata stabilito nel 1992 in Perú nel Centro Takiwasi per la riabilitazione dei tossicodipendenti e la ricerca sulle medicine tradizionali ).

Gli studi effettuati, ampiamente documentati e disponibili online, descrivono gli effetti fisiologici e clinici dell’ayahuasca. In questo modo sono stati descritti numerosi usi clinici dell’ayahuasca, dall’effetto disintossicante e vermifugo, che gli conferisce l’appellativo di “purga” nelle tribù, ai primi studi che descrivono il suo effetto antiparkinson, fino ai più recenti che le attribuiscono un effetto immunostimolante e antidepressivo.

La bevanda possiede un effetto serotoninergico fisiologico, aumentando la serotonina piastrinica, il cortisolo plasmatico e l’ormone della crescita; tuttavia, l’effetto più importante potrebbe essere quello di bilanciare, regolare l’umore, le funzioni psichiche e biologiche, oltre a stimolare il sistema immunitario.

Durante la trance indotta dall’ayahuasca, possiamo apprezzare un effetto catartico, con l’affioramento e l’espulsione fisica associati a ricordi ed emozioni, in un processo di pulizia e riequilibrio emotivo, senza perdita della conoscenza.

Il fenomeno dissociativo che si presenta, parziale e temporale, consente di riorganizzare le istanze psichiche (profonda reintegrazione, riconciliazione) ed è molto frequente sperimentare un processo iniziatico di morte-rinascita. La visualizzazione simbolica dell’universo psichico interno, con contenuti personali e transpersonali, consente l’apprendimento grazie all’accesso in sé stessi e, soprattutto, il collegamento con il profondo significato della vita e della propria esistenza, accompagnato dall’esperienza dell’espansione della coscienza,

Oltre alla sua azione medicinale e d’insegnamento, l’ayahuasca è un importante mezzo di riproduzione culturale, come dimostrato dalla vasta produzione artistica ispirata dalle visioni e dagli ikaros o canti di guarigione.

Gli ikaros, canti di guarigione

Nella cultura Shipibo gli icaros sono allo stesso tempo melodie e pattern visivi che essi riproducono nel loro artigianato

Un’analisi speciale la meritano gli ikaros, che sono i canti che i guaritori amazzonici usano per guarire, modulando la “mareación” (ubriacatura) dell’ayahuasca. Queste canzoni, trasmesse ai guaritori dai loro maestri o imparate attraverso i sogni e durante gli stati alterati di coscienza prodotti dalle piante stesse, mantengono al loro interno strutture linguistiche e vocaboli di lingue ancestrali, alcune di esse già estinte.

In essi si chiede la protezione dei maestri già deceduti, delle forze spirituali, delle piante e degli animali con determinate caratteristiche; gli ikaros mostrano anche i costumi, le relazioni tra gli esseri viventi, le attribuzioni delle tribù e, soprattutto, le rotte ed i percorsi verso la conoscenza. Il suono monotono di alcuni ikaros, ricrea il cammino di formazione del guaritore, i villaggi, i fiumi ed maestri da cui ha imparato, dirigendolo verso il mondo invisibile per trovare le risposte necessarie.

Sotto l’effetto sinestetico dell’ayahuasca, gli ikaros sono percepiti come colori, forme; i suoni possono essere visti. Queste visualizzazioni permettono allo stesso tempo al guaritore di ridisegnare lo stato energetico del suo paziente, di ordinare il caos, di disegnare forme armoniose. Questo è stato descritto anche dalla signora Herlinda Agustín, le cui “Tele che cantano” ricamate con disegni shipibo e kené hanno attirato l’interesse da parte dei media.

Lei afferma:

“Ogni disegno kené è un canto… I disegni sono percorsi musicali, però questi percorsi non sono dettati dalle persone, ma dalle piante”.

Rivelando i miti fondatori ai membri della tribù, consentono la riappropriazione di questi da parte dei giovani, in un processo iniziatico e di rafforzamento dell’appartenenza che la nostra società occidentale ha perso.

L’atto curativo è un atto che mette in ordine

Nella Medicina Tradizionale Amazzonica l’atto curativo è un atto che mette in ordine, un atto attraverso cui il guaritore, utilizzando vari elementi e la sua energia personale, cerca di ripristinare l’ordine alterato dalla malattia e che allo stesso tempo si caratterizza per essere un combattimento spirituale tra la forze curative e le forze negative che hanno causato il male. Il guaritore assume il ruolo d’intermediario, negoziatore, tra queste forze.

Le piante considerate sacre svolgono l’importante ruolo di connettere entrambi i mondi: il mondo cosciente, quotidiano, con il mondo invisibile, spirituale o trascendente, contribuendo a svelare i misteri del cosmo e dell’uomo, garantendo alla guarigione una connotazione religiosa, nel senso etimologico della parola “religare”, al momento di collegare il visibile e l’invisibile e l’essere umano con il significato della sua esistenza.

Risorse minacciate

Nonostante quanto affermato, che dimostra l’importanza e la ricchezza di queste medicine e delle loro possibili applicazioni terapeutiche, osserviamo che queste risorse e la conoscenza ad esse legata si trovano ad essere minacciate. I rischi che si trovano ad affrontare provengono dall’esterno, dall’ambiente e dal sistema ufficiale, ma anche dall’interno.

Il degrado ambientale e le questioni territoriali che coinvolgono le comunità etniche ed i scarsi incentivi per lo studio della Medicina Tradizionale Peruviana, si sommano ad un quadro giuridico inadeguato che non garantisce i diritti sulle risorse e sulle conoscenze tradizionali, penalizzando l’esercizio dei guaritori come “esercizio illegale della medicina”.

Un’altra difficoltà legata allo studio delle medicine tradizionali è che nella maggior parte dei casi non possono essere sistematizzate, perché il modo di operare dei guaritori si basa sulle loro caratteristiche personali o sui loro “doni”, dato che non esiste un modello standardizzato.

La conoscenza non viene trasmessa in maniera adeguata e si sta dunque sta perdendo, sia per la morte di maestri e guaritori, sia perché questi non sono in sintonia con i giovani che potrebbero ricevere i loro insegnamenti, sia perché smettono di esercitare per via della mancanza di incentivi o per la perdita di risorse.

A questo proposito, ha chiamato la nostra attenzione l’assassinio di quindici guaritori o “stregoni” presso il villaggio di Balsapuerto nel corso degli anni scorsi, per ragioni che non sono ancora state chiarite, anche se una “campagna per estirpare l’idolatria” istigata da parte di gruppi religiosi fondamentalisti è stata addotta come possibile motivazione.

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Minaccie dall’interno

Allo stesso tempo, dall’interno del sistema tradizionale, stiamo assistendo oggi ad un fenomeno di “commercializzazione” della Medicina Tradizionale, in particolare di quella basata sugli stati alterati di coscienza, conducendo ad una deriva commerciale e ad un uso decontestualizzato: osserviamo l’emergere di “sciamani” o ayahuasqueros, il turismo sciamanico, gli “ayahuasca Rave”, la vendita delle nostre piante sacre in Internet e l’uso di sostanze sintetiche che imitano l’ayahuasca, come ad esempio l’anahuasca e la pharmahuasca. Ciò porta con sé implicitamente il rischio di incidenti o effetti collaterali indesiderati.

La conseguenza di tutto ciò è un sistema ancestrale, attuale e di grande valore, ma parallelo e sconosciuto al sistema ufficiale; un sistema minacciato da un movimento di globalizzazione commerciale e non inclusiva, che allo stesso tempo si indebolisce per la perdita di risorse, territorio, conoscenza e professionisti.

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È urgente proteggere il sistema medico tradizionale ed espandere le sue prospettive terapeutiche, con la possibilità di articolarlo con il sistema dominante, in un quadro di inclusione, equità e rispetto per la conoscenza ancestrale, i medici tradizionali e le loro risorse curative.

L’articolo è stato parzialmente editato per esigenze di brevità. Per leggere tutto l’articolo seguire il link in apertura

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