Kambo: e arriviamo all’ottava morte in sei mesi

Anche il Kambo, come le altre medicine entobotaniche, non è privo di rischi, e andrebbe somministrato solo da chi ha la preparazione adeguata per farlo.

FONTE:https://cronicasindigenistas.blogspot.com/2019/04/kambo-e-chegamos-oitava-morte-em-seis.html

Di: Jairo Lima

Puke Shaya è arrivato oggi portando notizie del suo villaggio (Shane Kaya), riguardo un laboratorio di pittura che sta facendo con l’artista argentina Delfina Muñoz, che già da alcuni anni lavora con gli Huni Kuî, gli Yawanawá e, più di recente, con gli Shanenawa. È sempre un bene quando persone positive vengono a collaborare con le comunità.

Mi sto interessando delle ‘conversazioni’ riguardo al mondo indigeno perché passo in revisione le notizie del giorno, osservando gli orrori degli attentati internazionali, le tragedie nazionali e i drammi personali della nostra società.

Ho visto che sono stata taggato in un post recente su una morte avvenuta in Chile, che coinvolgeva l’uso di kambó. Sommata a questa abbiamo, nella settimana precedente, un’altra morte, questa volta nella terra della regina Elisabetta. Credo che, con questi due incidenti recenti già si contano otto morti – conosciute – negli ultimi 6 mesi.

E che si dice in proposito? Non so cos’altro scrivere se non ‘piove sul bagnato’, riguardo al soggetto… ma, andiamo avanti.

Il problema non è nei villaggi, è nelle persone.

Un giorno vedo un commento che dice che “il problema è nel villaggio”. Sono in disaccordo. Il problema è nelle persone, non nei villaggi. Chiaro che ci sono indigeni che vendono le ‘palette’ di kambo, principalmente a rivenditori esterni – alcuni dei quali non hanno nessuna discrezione nell’offrire il loro ‘prodotto’ nelle reti sociali – in modo aperto, pur essendo questa pratica considerata un crimine, in accordo con i pronunciamenti dell’FDA Brasiliana.

Pratiche di kambo ‘occidentalizzate’ sono sempre più frequenti

Ma il problema non è nei villaggi, è nel ‘mercato dei consumatori’, ossia, nella domanda del prodotto. Si vende solo quello che viene comprato. Il problema non è degli ‘indios briganti e capitalisti’, il problema è dell’uomo bianco ‘genio-del-male’ che vuole essere sciamano e guadagnare denaro, e di questa pagliacciata generalizzata, chiamata anche ‘terapia spirituale’ (nome elegante e ridicolo) che si va espandendo nel mondo, generando molti soldi e una gran quantità di zombi spirituali.

Ogni giorno vedo nelle rete sociali una profusione di dawa (*non-indigeni) idioti che ostentano cocar intorno alla testa e facce pitturate con urucum, professandosi sciamani, terapeuti – o qualsiasi altra castroneria del genere – che offrono i loro servizi per qualsiasi tipo di occasione si possa immaginare. [—]

Appropriazione culturale indebita

Abbiamo gente che si traveste con, o meglio si appropria di, aspetti culturali dei popoli indigeni dell’Acre per mettersi in mostra: usano cocar, cantano, si pitturano, soffiano rapè, etc. Tutto gourmetizzato per la clientela, avida della ‘saggezza’ del guru. Che idiozia tutto questo. E sapete cos’è che dà il maggior numero di soldi a questi ciarlatani? Ve lo dico io: l’applicazione di kambo.

kambo occidentalizzato, misticizzato e spiritualizzato
In questa immagine vediamo comparire simboli provenienti da tradizioni molto diverse tra loro, in cui il kambo viene inserito arbitrariamente con un processo di elaborazione mentale tipicamente occidentale

Quello che trovo più insensato in tutto questo è la sacralizzazione/ misticizzazione che si crea intorno a certi costumi tradizionali, dove tutto di trasforma in ‘dieta’: dieta di rapé, dieta di kambo, dieta di sananga, di argilla, etc. Ci si inventa tutta una serie di nonsensi ritualistici, pieni di gesti, facce e segni, dove persino un atto semplice come soffiare un rapè a qualcuno si trasforma in una azione che sembra una performance teatrale di serie C.

L’interessante è che questi dawa che si fanno passare per indigeni vogliono far i pajé, gli sciamani, i terapeuti, mentre pochi vogliono fare gli attivisti per i diritti degli indigeni. Alla fine, questo non dà denaro e, sfortunatamente, è questa carta igienica diabolica che muove la nostra società ridicola e dipendente dalle cose superficiali.

So che molti possono pensare: Ma, questo non è buono, come riconoscimento delle culture indigene? Rispondo: NO. Non lo è, perché interpretare la loro cultura in modo così bizzarro e grottesco è un ostacolo più che un aiuto. Sminuisce piuttosto che accrescere.

Il mercato del kambo è quello più fruttuoso

Tornando alla storia del kambó quello che dico è che c’è un mercato per questo. Mercato in grande espansione, così grande che il rospo (in realtà è una rana) già viene allevato in cattività, per facilitarne il commercio, e per evitare a chi ne commercia il veleno l’onere di andare nella foresta amazzonica per procurarselo.

Morti ce ne sono state e altre morti ci saranno. E, fintanto che regna questo caos, non illudetevi pensando che sia dovere del governo reprimere tutto questo. Penso che la repressione, pura e semplice, non è un cammino, già che criminalizzare in generale non è una soluzione.

Un indigeno intento a raccogliere il veleno della rana nel suo habitat originale

Non si possono trattare tutti come banditi, non ha senso chiedere che lo Stato ‘faccia qualcosa’ per reprimere in qualche modo, perché, quelli che ci vanno a rimettere in tutto questo sono quelli che agiscono correttamente, credetemi.

È questo: nella repressione, chi ci rimane sotto è chi meno si merita di rimanerci sotto… pensateci. Per questo, molta attenzione a chiedere che il governo si getti di peso sul problema, perché andrà tutto a rotoli.

Ci avete pensato? Vedere la polizia invadere un rituale, anche se venisse celebrato da indigeni in uno spazio nella città, come quelli che si tengono in Rio Branco, nell’Acre? Anche se questi spazi sono molto ben tenuti e lavorano con serietà?

È necessario, si, investire in ricerche su questa medicina perché sia adeguatamente utilizzata fuori dallo spazio delle comunità, da persone che non sono di questa regione, perché questo influisce sulle reazioni e sugli effetti collaterali nel corpo. È necessario informare i pazienti sul suo uso, avvisare sull’utilizzo indiscriminato, smascherare i ciarlatani, evitare un commercio indiscriminato, essere svegli.

La colpa non è dei villaggi, la colpa è nell’ambizione umana.

La ricerca del profitto, in generale, priva le azioni della giusta prudenza. Per questo credo che, senza informazione e conoscenza su certe medicine, come in ultimo grado il kambò, questo triste quadro di morti e altre situazioni (come finire in coma o altre cose del genere) non potrà far altro che aumentare.

Il kambo è una medicina meravigliosa ma deve essere usata con molta attenzione.

È questo ragazzi: non serve a niente voler trasformare tutti i rospi in principi azzurri. Alcuni di questi potrebbero trasformarsi in qualcosa di molto brutto e persino uccidere, credetemi…

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