Marijuana: angelo o demone? di Jacques Mabit

Dr. Jacques Mabit
TAKIWASI, Centro di Riabilitazione di tossicodipendenti e di ricerca delle Medicine Tradizionali
Pubblicato nella Rivista TAKIWASI, N° 5, pp 63-77, Tarapoto, PERU, 1997

La Marijuana (Cannabis sativa) è divenuta ai nostri giorni un tema costante di dibattito che ripropone esattamente lo scontro tra i partigiani della liberalizzazione totale del consumo di sostanze psicoattive da una parte e gli oppositori alla piena tolleranza dall’altra.

Queste due posizioni opposte ci portano a dover scegliere quasi automaticamente tra due opzioni “chiuse”: la prima che si nasconde pudicamente dietro il velo della tolleranza, della libertà e di un avvicinamento quasi “angelico” all’“erba”; la seconda che demonizza qualsiasi cambiamento indotto degli stati di coscienza ed evoca inorridita le cifre effettivamente agghiaccianti della tossicodipendenza nel mondo. Chi prova a pronunciarsi su questo tema rischia di essere preso o per un esecutore incaricato dall’“establishment” di difendere l’ordine morale o per un irresponsabile nostalgico della fantasia hippy incapace di affrontare le sfide del mondo moderno.

Vogliamo provare a proporre un terzo spazio che si ponga alla stessa distanza rispetto a entrambi i gruppi, i quali si danno forza reciprocamente presentando versioni che consideriamo distorte della  realtà, basate su una qualche forma di auto inganno se non addirittura di impostura.

Vorremmo rivolgerci in prima istanza ai difensori dell’uso incondizionato di Cannabis affinché la nostra posizione non sia da parte loro sospettata di una certa parzialità a favore di una cieca e totale proibizione dell’uso di sostanze psicoattive. Fin dal primo numero di questa rivista abbiamo segnalato che «coloro che promuovono una proibizione totale di qualsiasi sostanza psicotropa si assumono il rischio di minacciare la libertà individuale, di partecipare a una devitalizzazione delle culture autoctone e infine di favorire il traffico di droga»(Mabit J., 1992).

E al di là delle parole, il Centro Takiwasi dimostra con le sue attività terapeutiche e pedagogiche, avvalendosi della ricerca psicoclinica (Giove R., 1996), che un uso corretto di piante psicoattive non è dannoso ma permette anzi di trattare i tossicodipendenti.

È necessario ribadire fin da ora la nostra convinzione dell’indiscutibile valore della Cannabis sativa. Ha virtù medicinali innegabili, dimostrate e accompagnate da esperienze empiriche che durano da secoli. Possiede inoltre proprietà utili per l’amplificazione della coscienza e dell’educazione spirituale, che consentono di classificarla senza dubbio all’interno del gruppo delle piante sacre o piante maestre.

Ed è proprio per questo che, come tutte le sostanze psicoattive naturali e di uso sacro e ancestrale, merita un trattamento diverso dalla condanna generalizzata e cieca, ma non può essere neanche oggetto di un consumo degradante, indiscriminato e, in fin dei conti, irrispettoso e quindi non esente da pericoli. Purtroppo i suoi difensori tendono ad assumere posizioni che, lontane dall’apporto di argomentazioni aperte alla tolleranza, indicano piuttosto una gran confusione di criteri e non aiutano a capire. È opportuno spiegare il dibattito analizzando secondo il nostro privilegiato punto di vista il ruolo che la marijuana occupa nella nostra società contemporanea e la corrispondenza o meno tra le parole e i fatti.

Fattori determinanti nell’incontro con la marijuana

Non credo sia più necessario dimostrare che gli effetti dell’uso di qualsiasi sostanza psicoattiva dipendano da tre fattori determinanti: sostanza, consumatore e contesto.

Chiunque saprà distinguere il consumo di alcool forte e adulterato da parte di un ragazzino di 12 anni appartenente a una banda di una zona emarginata della città, dal consumo di champagne di qualità all’interno di una famiglia per festeggiare un matrimonio, o ancora dall’uso liturgico del vino durante l’eucarestia cristiana. Si tratta sempre di consumo di una sostanza psicoattiva, l’alcool, su cui abbondano gli studi scientifici che ne dimostrano il potenziale nocivo, i rischi della dipendenza e l‟enorme costo sociale ed economico. Nessun chirurgo farebbe a meno dei vantaggi della morfina in nome dei fumatori di oppio di Macao o degli eroinomani di Ginevra. Né si riscontrano campagne contro l’abuso di zucchero raffinato nonostante l’enorme danno alla salute collettiva e la dipendenza di una gran parte della popolazione da questo prodotto. E la lista potrebbe proseguire… (Mabit, J., 1995).

E allo stesso modo, sarà analogo il consumo del Bhang nelle società iniziatiche o da parte degli yogi in India, la tradizione del consumo di hashish dei contadini del Marocco, il consumo ludico di “erba” tra i  giovani delle società urbane occidentali, il consumo misto ad ayahuasca nelle chiese del Santo Daime in Brasile e la miscela di pasta basica di cocaina nei bassifondi dei quartieri emarginati delle città  latinoamericane? Di quale marijuana stiamo parlando? A che tipo di consumo ci stiamo riferendo?

La sostanza

Quando parliamo dei fattori legati a una sostanza ci riferiamo alla sua qualità e alla sua dose e quindi alla quantità e alla frequenza del consumo. La Cannabis ha molteplici modalità di utilizzo ed esistono numerose varietà di piante. Gli studi scientifici dimostrano un potenziale tossico già conosciuto dalle società tradizionali in quanto, come ci segnala il famoso indianista Alain Daniélou, «la foglia si pesta tra due pietre e si risciacqua con abbondante acqua, per permettere di estrarre gli elementi nocivi. Si prepara una bevanda con latte di mandorle, mescolandovi l’equivalente di una grossa oliva di Bhang che ognuno ingerisce con rispetto.»(Daniélou A., 1992). Si tratta di un procedimento di detossicazione, di un’assunzione a freddo per via digerente e non a caldo per via respiratoria. L’inalazione del fumo modifica la farmaco-dinamica del prodotto: si elude la protezione naturale della barriera digestiva e si aumenta il processo di assimilazione sanguigna trans-polmonare, mentre la combustione genera nuovi metaboliti.

Daniélou aggiunge, con l’autorità che gli deriva dai suoi quaranta anni di convivenza con il gruppo di iniziati dell’India di cui fece parte, che «la pratica di fumare la canapa è fortemente sconsigliata in India, gli elementi tossici non vengono eliminati…»

Il soggetto

Come per qualsiasi altra sostanza psicoattiva esiste un alto grado di suscettibilità individuale. Questa suscettibilità si manifesta sia con l’intensità degli effetti immediati, sia nella possibile dipendenza.

Ci sono individui che hanno reazioni lievi alla marijuana e altri che rispondono rapidamente con forti alterazioni dell’ideazione e della condotta o stati confusionali con disorganizzazione del comportamento. Questo fattore non può essere ignorato quando si propone la libera distribuzione della marijuana.

Allo stesso tempo, nonostante sia catalogata come droga leggera, in certi individui si possono creare dipendenze molto forti alla marijuana. Le caratteristiche di questa dipendenza, secondo quanto abbiamo osservato, sono le seguenti:

  • distorsione graduale della percezione della realtà: la lentezza e la sottigliezza di questo fenomeno non permettono al soggetto di identificarlo e rendersenecosciente.
    Qui non siamo di fronte agli effetti ‘drammatici’, comparabili a quelli legati all’uso di eroina, pasta basica di cocaina o crack, così che è più facile per il soggetto ignorare la sua propria trasformazione, perché non riesce a identificarla con chiarezza.
  • fenomeno della “mentalizzazione”: il campo percettivo si focalizza a livello mentale, cancellando impercettibilmente gli affetti di tipo emozionale. Il soggetto sostituisce progressivamente il suo “cuore” con la sua “mente”. Confonde il “sentire” e il “pensare”. I curanderos direbbero che la sua energia si sta concentrando nella sua testa.
    Lo intuiscono molto bene anche coloro che consumano marijuana per realizzare un lavoro intellettuale e stimolare la propria capacità mentale. Quello che può essere un uso temporaneo e inoffensivo può anche diventare un modo permanente e patologico di percepire il mondo.
  • disincarnazione: la iperattivazione mentale conferisce la sensazione di poter risolvere numerosi problemi, di avere idee “geniali”, di capire cose complesse. Ed è tuttavia interessante osservare che questi stessi soggetti hanno difficoltà estrema a concretizzare quelle idee, a iscriverle nella materia, a realizzarle nella quotidianità. Ci sono studenti universitari che producono idee “brillanti” per la propria tesi, la stessa tesi che non riusciranno mai a concludere. Potremmo descrivere tutto ciò dicendo che il soggetto si dilata in forma aerea e perde il radicamento con la terra, tende a dematerializzarsi.
  • proiezione in una realtà virtuale: il dipendente da marijuana arriva a credere che pensare e vivere siano la stessa cosa. Gran parte del suo essere si inverte in un mondo immaginario o virtuale percepito solo da lui o condiviso in modo evanescente con i compagni di consumo. Questo aspetto mi sembra drammatico quando abbraccia la sfera della spiritualità, trasformando l’esperienza spirituale incarnata in un mero sogno etereo, un raziocinio forse brillante ma incongruente con la vita quotidiana, senza impegno nella realtà ordinaria. Ricrea simbolismi, connessioni, interpretazioni che mai arrivano ad avere un riscontro nella realtà. Da qui nasce una voglia per tutto ciò che è esoterico, per il magico, per i mondi paralleli e per tutto ciò che permetta di evadere meglio dal qui e ora.

Il contesto

L’incontro tra la sostanza e il soggetto avvien e all’interno di un contesto che influisce molto sugli effetti del consumo.

Il rituale non è una costruzione immaginaria del soggetto bensì un codice di comunicazione dettato dall’essenza stessa della pianta, dalla sua natura o struttura

Riscontriamo che con alta frequenza gli adepti all’accesso libero alla marijuana rivendicano la sua benignità per il fatto che questa pianta si consuma da molti secoli nelle società tradizionali senza determinare nessuna patologia. Tuttavia, qui sorge una contraddizione perché è evidente che proprio nel contesto contemporaneo coloro che difendono questa posizione  non appartengono a quelle società tradizionali, non le conoscono in modo approfondito (il che richiederebbe tempo e dedizione) né tanto meno rispettano i loro criteri di consumo. In special modo, al di là del metodo peculiare di assunzione, ignorano gli elementi rituali indispensabili per un avvicinamento corretto alla dimensione spirituale inerente a qualsiasi atto sacro quale l’assunzione di una pianta maestra. L’acquisizione di questa conoscenza esige un apprendimento e un’iniziazione guidati, partendo dalle fonti stesse di questo sapere ancestrale: chi ha fatto lo sforzo di seguire questo cammino all’interno della legione dei consumatori di marijuana (secondo una recente indagine ufficiale arriverebbero almeno a 15 milioni solo negli Stati Uniti)?

Il contesto abituale del consumo di marijuana nella società moderna è prima di tutto ludico. Costituisce un modo per identificarsi ad ambienti marginali, e manifesta un allontanamento dal formalismo dell’establishment. Evoca un adolescenziale movimento di ribellione situato tra il movimento politico-messianico dei rasta e una spiritualità evanescente libera da ogni appartenenza a una istituzione o a una chiesa. Permette una condivisione piacevole con gli amici senza forti impegni sociali. Evoca atmosfere di rilassamento, di euforia, di godimento sensuale a cui si può associare anche il cibo, il bere e il sesso.

È per alcuni il riposo a fine giornata o nel fine settimana, la fuga verso un momento di piacevole svago dove poter far scorrere libera l’immaginazione, ricreare le proprie idee più fantasiose, lasciar andare i pensieri, distendere le tensioni provocate dai numerosi obblighi del mondo moderno. È come darsi il diritto a una ricreazione, a una parentesi.

Marijuana ricreativa

Di per sé l’aspetto ludico non è discutibile e risponde a un bisogno naturale dell’essere umano. Quello che invece ci sembra deplorevole è l’esclusività di questa modalità di consumo e la sistematizzazione dei contesti di induzione che alla fine escludono del tutto un avvicinamento a ciò che è realmente sacro, racchiudendo l’esperienza di consumo in un sistema di valori infantili o al massimo adolescenziali. Non si tratta solo di riposo ma di evasione ed è proprio lì che si nasconde l’attitudine alla dipendenza. In questo schema di consumo i soggetti non si sentono stimolati a intervenire nel tessuto sociale, a manifestare compassione attiva, a essere attori a proprio agio. Tendono a lasciarsi andare all’eloquio parlato o scritto, molte volte prolifico fino ad arrivare alla logorrea, magari brillante (fascinazione intellettuale) tuttavia insopportabile (pesantezza intraducibile in azioni). Alcuni portavoce della New Age ci appaiono prototipi perfetti di questo difetto: i loro discorsi affascinano la mente, eccitano i neuroni ma mancano dell’entusiasmo (in-theos) e del fervore di un estro appassionato, l’unico capace di toccare il cuore. Alla fine diventano i soggetti più passivi e sottomessi di fronte a un ordine sociale dal quale pretendono di liberarsi e contro il quale si accontentano di lottare con le parole, senza agire. In questo contesto l’essere cool sembra evocare più uno stato di dimissione che un’autentica serenità.

Non può non richiamare l’attenzione il fatto che il consumo di marijuana cominci nel 90% dei casi nell’età adolescente (12-14 anni). Corrisponde a una fase di rifiuto delle proposte del mondo adulto percepite come noiose e pressanti. Di fronte agli obblighi che si profilano c’è la tentazione di fermarsi all’infanzia, di non crescere, di preferire la fantasia e la magia alla realtà che si presenta in maniera troppo triste, monotona, routinaria, priva di ispirazione, di entusiasmo, di spirito di avventura. Ciò che si considera una crisi classica di cambiamento di età, diventa preoccupante quando pietrifica nel soggetto di età adulta i comportamenti adolescenziali. Il consumo regolare di marijuana con questo marchio sociale fin dall’adolescenza non aiuta a evolvere ma tende a mantenere l’individuo in un prolungato stato di immaturità, ricordando la figura del puber aeternus, l’eterno adolescente.

Possiamo pensare che sia il contesto collettivo di una società con poche prospettive stimolanti per l’individuo a favorire la propensione a questo genere di evasione. Ma sappiamo anche che incolpare unicamente la società corrisponde ancora a un tentativo di deresponsabilizzazione dell’individuo.

Nessuno è obbligato a fumare marijuana né a continuare a farlo.

Una dipendenza molto camuffata

Tuttavia l’indebolimento precoce di un soggetto che non abbia potuto, entrando nell’adolescenza se non addirittura nell’infanzia, strutturarsi e formarsi una personalità propria, facilita il consolidamento della dipendenza dalla marijuana. Non si può ignorare che esistono numerosi casi di reale e seria dipendenza da marijuana: alcuni sono arrivati fino al nostro Centro. E come abbiamo già segnalato, si tratta di una dipendenza difficilmente riconosciuta dal soggetto e a maggior ragione quando il contesto “alternativo” fomenta un consenso pernicioso sulla innocuità della marijuana. Il marijuanero si sente confortato nel suo consumo assiduo dall’ambiente New Age come lo è l’alcolizzato in una società costruita culturalmente intorno al vino. Se fumare marijuana è la norma nel gruppo (studenti, artisti, giornalisti, ecc.) come si può percepire la distorsione dal momento che è ampiamente condivisa?

Non si può ignorare che il contesto sia fondamentale perché si instauri una vera dipendenza. Esistono precedenti che hanno contribuito a creare le condizioni favorevoli allo sviluppo di una farmaco-dipendenza. In particolare riflettiamo sul fatto che la maggior parte dei soggetti della nostra società occidentale post moderna non passa attraverso una strutturazione di tipo infantile o adolescenziale. Si sono persi i riti di passaggio, non esiste una trasmissione del sapere ancestrale svalutato rispetto alle “ultime conquiste della scienza”, i sistemi di tutela sociale tendono a deresponsabilizzare gli individui: l’intera società è malata! Per questo pensiamo che i soggetti attratti dal fascino della marijuana siano tanti o in ogni caso molti di più di coloro che accettano di riconoscersi come difensori attivi della marijuana che, per l’appunto, si autoescludono automaticamente dal gruppo dei dipendenti.

D’altra parte, in alcuni casi, una volta esaurito l’interesse per la “bontà” della marijuana, il consumatore cercherà effetti più intensi esplorando le proprie reazioni a sostanze più potenti. Nella nostra esperienza, il 90% dei pazienti ricoverati in Takiwasi per la dipendenza dalla distruttiva pasta basica di cocaina, ha iniziato dal consumo della marijuana. Durante il trattamento osserviamo la scomparsa dei sintomi seguendo un ordine regressivo (vicarianza regressiva) in cui si eliminano in primo luogo le sindromi apparse per ultime, le più recenti. Ci richiama l’attenzione come, una volta superati le ideazioni e i comportamenti vincolati alla pasta basica di cocaina (PBC), si vengano a manifestare quelli prodotti inizialmente dalla marijuana. Sebbene gli effetti esplosivi della PBC siano difficili da rimediare per lo stesso dipendente, l’affrontare in una seconda tappa i sintomi tipici della marijuana rappresenta una grande sfida e in genere un ostacolo maggiore. Si nota una forte resistenza e la tendenza a dissociare gli effetti della PBC da quelli della marijuana, come se non appartenessero allo stesso soggetto e non si  basassero sulla stessa strutturazione della personalità. Pertanto il trattamento della dipendenza alla marijuana si rivela particolarmente arduo e molte volte più faticoso rispetto a quella da altre sostanze apparentemente più dannose. È difficile dimenticare questi dati quando si propone libero accesso alla marijuana.

Nel Centro Takiwasi l’uso delle piante medicinali secondo gli insegnamenti sciamanici amazzonici induce, durante le sessioni, uno stato di chiaroveggenza e l’attitudine a percepire il corpo energetico del paziente. I consumatori regolari di marijuana hanno sempre manifestato una opacità del loro corpo energetico, una eccessiva concentrazione di energia a livello mentale, una mancanza di radicamento alla terra, a volte un distacco del corpo fisico dal corpo energetico. Tutto questo genera confusione e disordine, interiore ed esteriore. Quando si opera una pulizia energetica con piante purgative (Aristoloquia didyma), si osserva un blocco energetico maggiore a livello epato-biliare che suscita violenti e dolorosi conati di vomito. L’accesso agli insegnamenti proposti dalla ayahuasca è inizialmente più difficile per loro, soprattutto quando si tratta di addentrarsi nella conoscenza di sé stessi, data la marcata tendenza a proiettarsi fuori da se stessi. A cosa può servire andarsene in mondi intergalattici e dialogare con esseri cosmici, imbastire sofisticate teorie ed elaborate metafisiche, se si è incapaci di armonizzare la propria vita quotidiana e di regolare le proprie relazioni con l’ambiente più prossimo? Come costruire per elevarsi senza aver preventivamente consolidato le basi su cui appoggiarsi?

Marijuana e spiritualità

‘The International Church of Cannabis’ colorful painted ceiling. S. Logan Street, April 4, 2017. (Kevin J. Beaty/Denverite)

La Cannabis si utilizza in riti religiosi di varie culture e con benefici innegabili. Queste società tradizionali integrano l’uso all’interno di un contesto sacro che comprende sempre un rituale ereditato da una tradizione iniziatica. La pianta è considerata come “maestra” perché abitata da uno spirito vivo che indica in che modo bisogna avvicinarvisi.

In altre parole il rituale non è una costruzione immaginaria del soggetto bensì un codice di comunicazione dettato dall’essenza stessa della pianta, dalla sua natura o struttura. Non si tratta qui di una creazione artistica basata sull’estetismo, né di un contesto teatrale destinato a favorire la suggestione dove chiunque possa improvvisarsi suo sacerdote, ma di un’attuazione operativa, efficace, una tecnologia sacra, risultato di un lungo apprendistato. Come ogni linguaggio richiede rigore e precisione per essere efficace senza recare danno. L’obiettivo è permettere una comunicazione con l’essenza della pianta, la sua “anima”, entità viva e intelligente.

È chiaro che si propone un atteggiamento di profondo rispetto verso gli “dei” e che un atto sacro con una pianta sacra richiede lo sviluppo di una sacralità sia interiore che esteriore.

Così per esempio Daniélou insiste sull’atteggiamento di rispetto adottato in India che prevede un bagno rituale e l’indossare indumenti puliti, e precisa che «se lo spirito della canapa è invitato mentre si stanno facendo altre attività ne rimarrà molestato e oltraggiato».

La dipendenza è intesa come il risultato di una trasgressione dove lo spirito offeso della pianta arriva a impossessarsi dell’individuo.

La cura di questa possessione sarà quindi un esorcismo destinato a placare lo spirito interessato e a convincerlo ad abbandonare colui che è divenuto la sua vittima.

Conclude dicendo: «Gli spiriti della canapa, del tabacco, del papavero, della coca, sono divinità amiche dell’uomo che permettono di dare sollievo alle sue sofferenze e aprono per lui le porte dei mondi sottili; la loro proibizione così come l’uso irrazionale sono egualmente sbagliati e provocano la malevolenza delle divinità oltraggiate.»

In molte persone che si trovano su un cammino di “ricerca” personale, la marijuana tende a bloccare proprio questa evoluzione. Restano impigliate nei loro giochi mentali fino a perdersi a volte in gravi stati di confusione che le fanno optare per una condotta inadeguata o pericolosa, come abbiamo potuto osservare in molte occasioni.

La dipendenza dalla marijuana, lo ripetiamo, è raramente ammessa dall’interessato. Un soggetto dipendente dalla marijuana non finisce mai di sorprenderci con le molte arguzie tipiche della sua necessità di giustificarsi. Il suo “innamoramento” è tale che non esiste discorso razionale che possa toccarlo, dato che in fondo è del tutto irrazionale.

A una persona sincera è tuttavia possibile chiedere di misurare la sua assenza di alienazione durante un periodo di prova senza alcun consumo di canapa. Questo intervallo permette di valutare il grado di dipendenza dalla marijuana. Tra il consumatore incallito e l’astemio esiste tutta una gamma di stati e relazioni più o meno legate alla marijuana. Molti consumatori hanno un controllo del proprio consumo così come tanta gente sa gustare un buon vino senza arrivare a una dipendenza alcolica. Non si tratta qui di ricerca spirituale ma semplicemente di momenti di rilassamento. I difensori dell’uso di marijuana dicono a ragione che per coloro che sono abituati all’uso episodico o regolare continua a “funzionare” bene. Vale a dire che questa abitudine non dà conseguenze immediate e non pregiudica il resto della società. Mi domando però se, quando si parla di piante sacre, si tratti solamente di “funzionare” e se l’assenza di conseguenze evidenti a livello sociale nel breve periodo non sia sottostimata sul lungo periodo, per via del distacco progressivo da una vera partecipazione civica e la graduale incapacità di trasformare concretamente la realtà per il bene comune. Il lieve disturbo fisico causato dalla marijuana conforta l’idea che essa sia innocua mentre la perturbazione indotta è prima di tutto di tipo energetico e psico-spirituale.

Alcuni amici che consideravamo dipendenti dalla marijuana e che alla fine sono riusciti a lasciarla per un po’ di tempo, hanno potuto testimoniare a posteriori un indiscutibile miglioramento fisico, psichico e spirituale. Questa contro-prova mi pare molto convincente. Lo stesso fenomeno si osserva nei pazienti che passano da Takiwasi.

Gli echi della New Age

Il fenomeno del mentalismo trova eco in una certa letteratura pseudo-spirituale che consente di perdersi in amabili divagazioni senza importanti cambiamenti della propria realtà. Desideriamo illustrarlo brevemente con l’esempio di due figure preminenti della cultura New Age, Castaneda e Osho: la visita a una libreria “esoterica” qualsiasi o un’occhiata a una vetrina di una zona di transito di un aeroporto internazionale permetterà di completare la lista.

È in effetti sorprendente fin dall’inizio il parallelismo tra il consumo di marijuana e l’affinità con le opere di Castaneda. I marihuaneros si trovano perfettamente a loro agio con questo tipo di letteratura.

Questo autore ebbe il merito di sensibilizzare molte persone verso altri aspetti della realtà e di portare alla luce l’esistenza di una forte componente della società occidentale assetata di spiritualità e di cambiamento di prospettiva. Ha saputo tradurre l’inquietudine esistenziale contemporanea in una raffinata e stimolante espressione letteraria. Tuttavia presenta un mondo fantastico senza una metodologia chiara per poter procedere ed è praticamente inarrivabile per un individuo normalmente costituito. D’altro canto mantiene un riserbo assoluto riguardo all’essenziale: la vita affettiva, il quotidiano, il concreto. Ci troviamo sommersi nella magia, stregoneria, parapsicologia, fenomeni rari, un mondo evanescente dove non sembrano esistere esseri in carne e ossa, gente comune e normale come te e me. Ci avviciniamo a una realtà virtuale andando sempre più oltre, sfuggendo alla completa comprensione e con un discorso adatto ad alimentare i giochi confusi della mente. Perfino lo stesso Castaneda sembra un fantasma delle cui esperienze si continua a discuterne l’autenticità, la nazionalità, lo stato sociale, il reale livello di conoscenza e di evoluzione personale. Perché tanti segreti e tanti punti oscuri quando si pubblicano libri in decine di migliaia di copie? Forse si nasconde la verità, si copre la luce? Dopo aver passato molto tempo cercando in mezzo alla gente di questa corrente, spero ancora di incontrare un discepolo di Castaneda che possa parlar chiaro, trasmettere con metodo la sua esperienza e dimostrare con se stesso un evidente progresso dell’evoluzione personale. Castaneda ci permette di sognare ma non offre la ricetta per trasformare il sogno in realtà: qui vedo la sua affinità con la canapa fumata nella nostra società, entrambi volatili e disincarnati, seduttori e confusi.

Vorrei citare brevemente anche l’autorevole Bhagwan Shree Rajneesh, promotore del consumo di marijuana e della filosofia dell’amore indifferenziato. L’invasione dei suoi libri va di pari passo con un’inflazione dell’ego che è tanto più convincente per i suoi adepti quanto più incredibile. Il “maestro illuminato” non ha dubbi nell’affermare categoricamente: «Sono l’inizio di una coscienza del tutto nuova»: niente di meno. Per quanto possiamo osservare gli adepti di Osho mostrano un importante disadattamento alla realtà ordinaria e nelle sessioni di guarigione con le piante amazzoniche rivelano forti alterazioni energetiche. La marijuana e il sesso indiscriminato sono gli strumenti di base utilizzati da Osho per sedurre e contagiare nuovi discepoli. Risponde a una tendenza tipicamente occidentale di consumismo, libertinaggio confuso con la libertà, fuga dalla sofferenza, cieca devozione verso un guru che assume uno psuedo-ruolo paterno deresponsabilizzante. L’involuzione mediante la fusione e l’indifferenziazione (di sesso soprattutto) si oppone al cammino interiore dell’individuazione (in termini junghiani) e differenziazione che passa obbligatoriamente per la via della sofferenza e il confronto solitario con se stessi.

È da notare en passant che entrambi i “maestri” predicano il rifiuto delle cose materiali ma non si sono mai distinti per un particolare disinteresse per i soldi e i beni materiali.

L’introduzione della marijuana fumata nei rituali brasiliani del Santo Daime (ayahuasca) è stato il fattore principale della scissione del gruppo iniziale del maestro Irineu, alimentando i conflitti e la competizione, secondo quanto ci ha confessato la moglie. Fu un elemento di divisione e confusione che gonfiò l’ego di alcuni discepoli portando a successivi scismi: ora esistono una decina di sette differenti.

Questa associazione improvvisata sembra rispondere più alla domanda di settori urbani piuttosto che alla nascita dall’iniziazione con l’ayahuasca. Gli sciamani dell’Amazzonica peruviana che conosciamo rifiutano categoricamente di fumare marijuana durante una sessione con ayahuasca. Tuttavia, trattandosi di una medicina dinamica sempre disposta ad arricchirsi con nuovi apporti, promuovono una ricerca empirica col fine di esplorare le virtù di questa pianta sacra. A questo scopo possiedono una metodologia che consiste fondamentalmente nell’entrare in una trance visionaria con preparati enteogeni, e poi ingerire in modo graduale un infuso o un decotto per “vedere” lo spirito della pianta e intavolare una rispettosa negoziazione con esso. È chiaro che per questo procedimento serve esperienza e una adeguata preparazione da maestri e non basta il coraggio dei novizi.

Conclusioni

Temo che i principali difensori dell’uso incondizionato di marijuana siano alla fine i migliori procacciatori di argomentazioni a favore della sua proibizione. Ciò si deve in gran parte al loro atteggiamento irresponsabile di fronte al rischio sociale: non si può ignorare che un bambino o un adolescente non siano preparati al consumo senza guida di una sostanza che potenzialmente li potrebbe confondere, rendere dipendenti o indurli a dipendenze più gravi. Per questo è inaccettabile la sua libera messa in circolazione come fosse un prodotto inoffensivo, così come è inaccettabile una cieca proibizione. E temo che numerosi adulti non abbiano nella nostra società più di 12 anni di maturità psico-affettiva

Sulla legalizzazione

L’intero dibattito sulla legalità richiede una previa considerazione dei criteri di legittimità.

Prendendo come riferimento l’uso ancestrale, sarebbe corretto specificare anche che la marijuana non deve essere fumata secondo quell’antica saggezza e che esistono condizioni precise per la sua corretta assunzione. Bisognerebbe poi fare una distinzione tra i vari usi della marijuana: medico, ricreativo o religioso. Ognuno richiede una modalità di preparazione differente e un contesto di assunzione adeguato. Una pianta enteogena può essere richiesta a questi tre livelli. Se si tratta di fare un’infusione rilassante, non è necessario un lungo e complicato rituale dato che si chiede alla pianta solo l’effetto fisico. Però se si chiede alla pianta un insegnamento, una scoperta di mondi sottili o una esplorazione dell’inconscio, diventa indispensabile il rituale adatto, svolto con un atteggiamento interiore di sincera valutazione per non produrre l’effetto di una trasgressione prometeica in fin dei conti dannosa.

La marijuana non è una sostanza, termine che la oggettivizza e la spoglia della sua dimensione viva, energetica, spirituale. È prima di tutto una pianta sacra. Il modo abituale dell’uso attuale la riduce a un semplice prodotto di consumo, secondo il tipico atteggiamento materialista occidentale.

È lì che si incontrano oppositori inflessibili e difensori accaniti: sono entrambi rigidi seguaci di un materialismo virulento, agenti promotori di una mentalità dittatoriale, nascosti nel gruppo dei negatori del cuore.

Come conclude saggiamente Daniélou: «È a causa della sua incomprensione della realtà del mondo sottile che il materialismo moderno è divenuto la vittima di sé stesso.»

È giunto il momento di trovare strade che consentano di proteggere l’accesso alle piante sacre, creando le condizioni di un avvicinamento rispettoso, controllato, guidato, garante dell’innocuità e di una autentica esperienza spirituale. Il motto occidentale “tutto, adesso e senza costo”, lo stesso che issano i tossicodipendenti in quanto perfetti rappresentanti di questa società desacralizzata, non ha validità in questa terza via. Questo motto esemplifica un comportamento dipendente, matrice psichica che purtroppo predomina tra i consumatori di marijuana. La soluzione sarà progressiva, non immediata e con un costo individuale quanto collettivo che include per ciascuno la sua propria quota di sofferenza “liberamente” accettata.

 


BIBLIOGRAFIA

Daniélou Alain, 1992,
“Las divinidades alucinógenas”, Revista Takiwasi, Tarapoto, pp. 25-29.

Giove Rosa, 1996,
“Medicina Tradicional Amazónica en el tratamiento del abuso de drogas: Experiencia de dos años y medio (92-94)”, CEDRO, Lima, 135

Mabit Jacques, 1992,
“De los usos y abusos de sustancias psicotrópicas y los estados modificados de conciencia”, Revista Takiwasi, Tarapoto, pp.13-23.

Mabit Jacques 1995,
“El saber médico-tradicional y la drogadicción”, El Filósofo Callejero, No 7, Abril 1995, Santiago de Chile, pp.10-16.

 

FONTE: http://www.takiwasi.com/docs/arti_ita/MarijuanaAngeloDemonio.pdf

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