neo sciamani

Fuertedelica 2026. ancora non ci si puó fidare di chi conduce cerimonie.

con decreto ministeriale del 23 febbraio del 2022 il governo italiano ha inserito l’ayahuasca in tabella 1 (leggi qui »). Questo articolo non vuole incitare all’uso dell’ayahuasca ma solo informare, in un’ottica di riduzione del danno, chi ne continui ugualmente a far uso.
FONTE: psychedelicconference.org

Negli ultimi anni, nei confini sfumati tra spiritualità, auto-aiuto e mercato, ha preso piede una figura tanto carismatica quanto inquietante: il facilitatore psichedelico non qualificato.

di Raúl del Pino

Al riparo dietro bei discorsi sulla guarigione, sulla consapevolezza e sulla “medicina ancestrale“, numerosi sedicenti guru organizzano cerimonie con sostanze di potere, senza avere neanche le più elementari conoscenze di psicopatologia, riduzione del danno, primo soccorso, o del contesto culturale reale delle pratiche che si arrischiano a condurre.

Il problema non è l’uso rituale o terapeutico delle sostanze psichedeliche in sé, ma la loro banalizzazione commerciale. Ciò che per secoli è stato integrato in complessi sistemi medici e cosmologici – con regole rigide, apprendistati prolungati e responsabilità comunitaria – si è trasformato, in troppi casi, in un prodotto di consumo in rapida evoluzione, confezionato per l’algoritmo di Instagram e venduto al miglior offerente.

Facilitatori impreparati, rischi reali.

Molti di questi facilitatori non hanno una formazione medica o psicologica, o persino neanche una conoscenza di base dei rischi associati agli stati alterati di coscienza. Senza screening pregressi, colloqui clinici o protocolli di intervento chiari, le persone con una storia di psicosi, disturbo bipolare, traumi complessi, o sotto farmaci controindicati, sono esposte a esperienze molto  intense che possono scatenare crisi gravi.

Quando qualcosa va storto – e succede più spesso di quanto si riconosca pubblicamente – la narrazione sfuma. Il danno viene attribuito al “processo“, alle “resistenze dell’ego” o al fatto che la persona “non era pronta“. Mai al facilitatore, mai al contesto, mai all’assenza di confini chiari. Questa sistematica esternalizzazione della responsabilità è una delle caratteristiche più preoccupanti di questo ecosistema.

Neo-sciamanesimo come estetica vuota

Gran parte di questo fenomeno si basa su un neo-sciamanesimo superficiale: piume, canti mal appresi, parole indigene decontestualizzate e una narrazione che mescola tradizioni amazzoniche, buddismo da manuale e psicologia positiva da supermercato. Non c’è lignaggio, non c’è comunità, non c’è una vera trasmissione di conoscenza. C’è, tuttavia, una rappresentazione accuratamente studiata e una costante ossessione nel documentare tutto sui social media.

La cerimonia cessa di essere uno spazio intimo e sicuro e diventa un contenuto. L’esperienza interiore è subordinata alla foto, al video, alla testimonianza ispiratrice che servirà ad attirare i prossimi clienti. Il viaggio psichedelico, che richiede silenzio, cura e umiltà, diventa uno strumento di marketing personale.

Trarre profitto dalla vulnerabilità

L’elemento eticamente più discutibile è il modello economico alla base di molte di queste proposte. Prezzi gonfiati, pacchetti “premium”, ritiri di lusso spacciati per esperienze trasformative, tutti rivolti a persone che spesso attraversano momenti di vulnerabilità emotiva, dolore o crisi esistenziale.

Questa non è un’economia di cura, ma un’economia di promesse: promesse di cure rapide, risveglio spirituale e soluzioni profonde senza alcun processo o integrazione successivi. Quando l’esperienza non soddisfa queste aspettative – il che accade spesso – il silenzio sostituisce il supporto. Non c’è follow-up, nessun seguimento a lungo termine, nessuna responsabilità.

Un appello alla responsabilità e al rigore

Criticare questo fenomeno non significa attaccare le sostanze psichedeliche o il loro potenziale terapeutico o spirituale. Al contrario, è una difesa del loro uso responsabile, etico e contestualizzato. Richiede di riconoscere che lavorare con la psiche umana comporta limiti, formazione continua e una profonda coscienza etica.

Di fronte al guru di Instagram e al facilitatore autodidatta, servono criteri chiari, trasparenza, formazione accreditata e, soprattutto, umiltà. Non tutti sono qualificati per gestire questi spazi. Non tutto è accettabile. E non tutto ciò che è ancestrale è automaticamente benigno quando viene rimosso dal suo contesto e trasformato in un business.

Il modello di fondo è ben noto e va detto senza mezzi termini: il mondo delle sostanze psichedeliche pullula di sedicenti illuminati, guru improvvisati che, dopo aver vissuto un’esperienza di picco – “chiamati dallo spirito della pianta“, per dirla a parole loro – si sentono automaticamente autorizzati a guidare gli altri attraverso processi che non comprendono appieno. L’esperienza personale diventa la certificazione e l’intensità soggettiva sostituisce l’apprendistato, la supervisione e l’etica.

L’ego spirituale e la mancanza di umiltà agiscono qui come fattori di rischio strutturali: non solo rovinano il facilitatore, ma trascinano verso il basso anche le persone che lo seguono. Nei contesti in cui si lavora con la psiche umana, confondere la rivelazione personale con la reale competenza è una forma, silenziosa ma profondamente dannosa, di irresponsabilità.

Perché quando la spiritualità diventa un prodotto e la coscienza una merce, il danno cessa di essere simbolico. È reale, misurabile e, in troppi casi, evitabile.

Redazione Ayainfo

Questo articolo è stato tradotto dall'originale e l'autore dello stesso è menzionato all'inizio del testo. Per conoscere maggiori informazioni sull'autore seguire il link che cita la fonte.

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