L’ego death è una delle esperienze di picco più note nell’ambito dei trip report, qui vi offro la mia, di esperienza. Per aggiungere una voce in più al coro di chi vuole testimoniare la propria gratitudine per queste esperienze risanatrici.
«Nessuno mi aveva parlato dell’ego death, la morte dell’ego, o dissoluzione dell’io, quando ho iniziato io a bere ayahuasca, vent’anni fa. Oggi c’è già molta più informazione, anche sulla stessa ayahuasca, se ne sente parlare di più, siamo in pieno rinascimento psichedelico, così lo chiamano. Anzi qualcuno parla anche già di post-rinascimento.
Ma quando ho iniziato io, nel lontano 2004, quando internet era ancora era più un’idea che una realtà, se digitavi “ayahuasca” su google, quando anche google era una pagina bruttissima su cui neanche gli addetti ai lavori avrebbero scommesso, mica ti usciva fuori la spataffiata di risorse – nel bene e nel male – che escono oggi; quindi di ego death non avevo mai sentito parlare. E da una parte può essere anche stato un bene perché si dice che alle esperienze psichedeliche bisogna arrivarci con meno aspettative possibile.
Beh, meno di così, si muore. Avevo letto giusto un trafiletto così, in un libro mentre facevo ricerca bibliografica per la mia tesi di laurea, 4 righe: “l’ayahuasca è una pozione magica usata dagli indigeni della foresta amazzonica, conosciuta più per le sue doti purgative che per altro”.
Eh! Sí! Perché io c’avevo anche fatto la tesi di laurea, sugli allucinogeni, ma neanche lì avevo trovato descritta questa nozione di “ego death”. Perché le cose, quando non se ne può parlare, quando sono un tabù, è peggio. Non è vero che proibendo si salvano vite, proibendo si alimenta solo l’ignoranza. E il mercato nero. Le cose non dette fanno molte più morti di quelle dette.
E così c’ero andata, a quella cerimonia di ayahuasca, invitata da un’amica che c’era già stata e che mi assicurava si trattasse di una passeggiata in paradiso. [Espressione attonita]. In paradiso ci vai di sicuro, lo confermo, ma non mi aveva specificato bene in che senso!
Insomma arrivo, in questa grande villa al mare, ci saranno state una sessantina di persone tutte intente a scegliersi e sistemarsi il posto, nel grande salone da cui era stato tolto tutto l’arredamento per permetterci di stare sdraiati, e mi scelgo anch’io il mio posto, sistemo il materassino e aspetto l’inizio del rituale.
Quando entra lo sciamano lo riconosco subito, non perché fosse vestito con le piume o perché avesse un’aura esotica, ma solo perché aveva la pelle scura e i lineamenti chiaramente sudamericani, tutto sommato rassicurante, uno sciamano moderno.
Ci distribuisce questo bicchiere di un liquido scuro e denso come il catrame, amaro come il fiele, che tutti bevono senza battere ciglio. Mi accodo. Poi inizia la musica, una musica evocativa, tribale, piena di tamburi ma anche sinfonie elegiache che ti trasportano in una specie di trance ipnotica… mi sdraio, mi abbandono all’ascolto, e rifletto su quello che ci aveva detto a inizio serata: “qual è il vostro intento per oggi?”.
Io mi dico: “Voglio dormire”. All’epoca soffrivo di insonnia, e più in generale di depressione, quindi mi sembrava più che giusta come intenzione, per quel rituale che mi assicuravano essere di cura, quella di voler guarire dall’incapacità di dormire in modo naturale che, vi giuro, è qualcosa di devastante.
Ma subito dopo sento un’altra voce nella mia testa, una voce nuova – così tanto una voce non mia che mi chiedo all’istante: “ma da dove viene?” – e quella voce controbatte con imperiosità: “No, io voglio vivere!”.
Non faccio in tempo a darmi una risposta a quella domanda, cioè da dove venisse quella voce, che inizia il delirio. Comincio a sentire delle sensazioni assolutamente sconosciute, di dissociazione pura, come se il mio corpo non mi appartenesse più e non fossi più in grado di comandarlo, come se “io”, la “me” che ero abituata a identificare con il corpo, si trovasse all’incirca a dieci centimetri fuori, da questo corpo.
Vado nel panico. Sapete a cosa somiglia più di ogni altro, tutta questa cosa? O perlomeno a cosa la mia mente subito l’ha associato? Istintivamente, mica che ci sono stata a pensare troppo a lungo… comunque, alla morte. Tipo… quando leggi nei libri che dopo la morte l’anima si stacca dal corpo e comincia a fluttuare nell’aria, richiamata da quella luce accecante in fondo al tunnel… insomma, la paura era la stessa, comincio a urlare, a sudare freddo, a cercare aiuto, non riesco a stare dritta, sono seduta lì sul mio materassino e casco avanti, indietro, a destra e a sinistra, proprio perché il mio corpo non risponde alle mie istruzioni, ai miei comandi. Il panico si trasforma in terrore puro.
Finalmente arriva lo sciamano, è l’unico di cui, istintivamente, mi fidi. Prima erano venuti altri assistenti a dirmi di calmarmi, ma senza aver sortito nessun effetto se non quello di farmi agitare ancora di più. Lui si mette dietro di me e appoggia la mia schiena tra le sue gambe, in modo da farmi stare bene dritta e ferma.
“Dove sei?” mi chiede, “Non lo so, ma non sono qui” rispondo, “Cosa vedi?”, “Niente”, “Cosa senti?”, “Che sto morendo”, “No te preocupes, no vas a morir, no hoy”, mi dice sorridendo.
Poi prende in mano una bottiglietta d’acqua e mi dice di bere. Incomincia a succhiare qualcosa dalla mia testa e a sputare in terra, ogni volta che lui sputa io vomito in un secchio che mi hanno portata davanti. Io bevo, lui succhia e sputa, io vomito. Andiamo avanti così per un tempo che mi è sembrato un secolo, con me che continuo a non capire dove sono, a ciondolare avanti e indietro, a bere e a vomitare e a formulare suoni sconnessi in preda al panico, mentre dentro di me penso: “fammi tornare, fammi tornare, fammi tornare”. Da dove non so, però, fammi tornare.
A un certo punto lui dice: “Stai già tornando”, come se mi avesse letto nel pensiero, e io a poco a poco comincio a riprendere contatto con il mio corpo e con le mie facoltà mentali, sento che il pericolo è passato. Eh no, non morirò, non oggi, proprio come aveva detto lui.
Quando sono finalmente del tutto calma mi accompagnano a sdraiarmi sul tappetino, mi mettono un quintale di coperte addosso perché il freddo, quello mortifero, quello non se n’è ancora andato, ma da lì in poi è iniziato quello che è stato il viaggio più straordinario della mia vita.
Comincio a vedere tutte le scene della mia vita, dalla mia nascita all’infanzia, le liti in famiglia, le urla e le botte di mia madre, e poi le storie d’amore, quelle finite male e quelle mai iniziate, la sofferenza dei rifiuti, dei fallimenti; ma tutto dall’alto, come se stessi facendo un volo pindarico da milioni di chilometri di distanza sopra alle miserie della mia vita che, da lassù, non mi sembrano poi così tanto misere. Anzi.
Mi sembrano vita. Vita. E perdono tutti quelli che mi hanno tradita, accusata, maltrattata, respinta… e ringrazio quelli che mi hanno amata, supportata, sopportata, attesa… in una catarsi globale che mi riconcilia con me stessa. E improvvisamente mi rendo conto che io, quella notte, ho scelto la vita. Io che, tra depressione e insonnia, forse qualcosina in più di un semplice pensiero suicidario lo avevo fatto eccome in passato, più di una volta, e più gravemente di quanto si possa immaginare.
Ho scelto la vita. Mentre ero in punto di morte ho scelto la vita.
E certo, non era una morte reale quella che ho rischiato, perché l’ayahuasca, come la maggior parte delle sostanze psichedeliche, non è letale per un individuo in buona salute, ma appunto era quella morte mistica, quell’ego death, il lasciare andare il nostro piccolo io, quella insomma di cui non ero stata avvertita perché all’epoca era una cosa di cui non si parlava.
Adesso chiunque voglia intraprendere un viaggio con gli psichedelici, se si informa bene, sa che questa è una delle esperienze così dette “di picco” più risanatrici ed epiche che possono accadere sotto l’effetto degli psichedelici, perché annichilisce tutta la nostra storia personale, quella che si porta con sé tutti i nostri malesseri. E quando la vedi così da fuori, non è poi così terribile.
Dal giorno dopo a quella notte epica ho cominciato finalmente a risalire la china; non si è trattato di un miracolo, perché non esistono pillole magiche, neanche gli psichedelici lo sono, ma possono essere un valido aiuto a chi soffre di forme gravi di depressione o di disturbo da stress post traumatico o vari altri disagi mentali, e finalmente oggi la scienza è tornata a parlarne e a studiare queste sostanze.
Ma vent’anni fa tutto questo non c’era e io non ero preparata, per quanto si possa mai essere preparati a un’esperienza del genere, ma chi lo sa, magari avrei fatto meno resistenza e, come mi disse lo sciamano il giorno dopo quando gli chiesi cosa sarebbe successo se non avessi opposto resistenza, lui mi disse “avresti volato”. Ecco, forse “avrei volato”.
Vent’anni dopo sono una donna felice, realizzata, psicologicamente sana, non soffro più di depressione né di insonnia e so che devo a quella notte e alle innumerevoli altre che sono seguite dopo, se sono riuscita a combattere questo spettro che oggi affligge molte più persone di quante si possa immaginare. E che si è portato via mio padre.
Finalmente sono riuscita a condividere questa testimonianza fuori dai circoli underground o comunque fuori dai circuiti degli addetti ai lavori, perché credo nel potere della parola e della cultura e credo che la nostra cultura nei confronti degli psichedelici vada cambiata. Una storia alla volta.»
credits: immagine in evidenza di Stella Strzyzowska
Per conoscere altre storie come questa acquista il libro: Storia d’Amore e d’Ayahuasca

Si laurea in Sociologia nel 2001 alla Sapienza di Roma, con una tesi sull’uso contemporaneo di sostanze psichedeliche. È ricercatrice spirituale dal 2004 e apprendista di medicina tradizionale amazzonica dal 2017. È autrice della trilogia autobiografica “Storia d’Amore e d’Ayahuasca”.


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