Le migliori prassi per l’integrazione post-ayahuasca

FONTE: http://chacruna.net/world-best-practices-integrating-ayahuasca/

Lavorare con la pianta medicinale amazzonica Ayahuasca presenta moltissime sfide psico-spirituali. Nella mia esperienza di mediatore e psicoterapeuta, nessun altro processo si avvicina al potere dell’ayahuasca nell’attivare il corpo, la psiche e lo spirito, rilasciando alla luce della consapevolezza ciò che è stato intrappolato nell’inconscio.

Ogni momento di beatitudine in una cerimonia può essere compensato da un equivalente di terrore: sembra che le altezze a cui si arriva siano sostenute dagli abissi assoluti dell’esperienza. C’è bisogno di una gran dose di coraggio e di non poca esperienza per scandagliare tutto questo, per navigare con abilità attraverso il processo e, specialmente, per applicare i frutti del viaggio nella vita di tutti i giorni.

In certe tribù dell’Amazzonia gli individui in cerca di guarigione non berrebbero il decotto. Solo i curanderos lo farebbero, imbarcandosi in un viaggio visionario che produrrebbe le informazioni necessarie per il trattamento. Adesso siamo entrati in una nuova era, in cui sediamo in cerimonia come diretti partecipanti. Al contrario degli indigeni che hanno lavorato per centinaia di anni con l’ayahuasca, arriviamo da una visione del mondo che apprezza il distacco e svaluta l’esperienza diretta. Tendiamo ad essere intellettualmente acuti ma emozionalmente incoscienti, se non completamente separati dai nostri cuori e dai nostri corpi. Molti di noi sono disconnessi dalle proprie famiglie, dalle radici ancestrali e dalle comunità di provenienza: e ci vogliamo imbarcare in un lavoro rituale con uno spirito vegetale che apre i cancelli dell’inconscio, le porte della percezione? E’ un mondo nuovo e selvaggio per chiunque di noi.

Spostare il focus: dall’esperienza al ‘dopo’

Molto è stato scritto sulle esperienze di ayahuasca – le visioni, la purga, le profonde comprensione che possono sorgere. Non molto è stato detto invece sulle conseguenze; in particolare sulla tappa della cosiddetta ‘integrazione’ che segue la cerimonia. E’ essenziale riconoscere che la guarigione che inizia con l’ayahuasca non si conclude con la fine della cerimonia, ma che, per molti versi, il vero lavoro inizia in questo momento. Come camminiamo nel post-cerimonia, il supporto che riceviamo, e gli strumenti e le prospettive che applichiamo, determinano il valore ultimo del nostro lavoro con la medicina.

Lavorare con l’ayahuasca è un lavoro di co-creazione. La medicina interagisce sinergicamente con il corpo, la mente e lo spirito, in modi che sono assolutamente unici per ognuno. Sono continuamente sbalordita dall’abilità dell’ayahuasca di forzare la serratura della mente concettuale, rilasciando contenuti dell’inconscio personale e oltre. Libera la nostra visione interiore in modi che sono spesso sorprendenti ma sempre organici al percorso individuale. Molto spesso deve prima dissotterrare la nostra essenza dai detriti psichici dell’imprinting familiare e degli schemi inconsci.

Livelli di trasformazione

A un livello veramente basico l’integrazione dell’ayahuasca significa cambiare le proprie azioni in supporto del nuovo ‘sé’ appena nato. Lavoro, relazioni, dieta, abitudini, mentalità – tutte queste cose sono pronte per essere trasformate nelle settimane che seguono la cerimonia.

Un secondo livello di integrazione coinvolge il lavoro sull’ombra. L’ayahuasca è un potente attivatore dell’inconscio, che può portare alla luce traumi rimossi, esperienze dimenticate e aspetti di sé stessi che ci si rifiuta di vedere. Abbiamo bisogno di metodi prima di tutto per tollerare, poi per lavorare con e infine per comprendere tutti questi aspetti. Integrare, in larga parte, è il processo di assorbire e digerire questo materiale grezzo: letteralmente incorporarlo nel nostro cosciente. Questo inevitabilmente cambierà la nostra prospettiva sulla vita, su noi stessi, sulla nostra identità e i nostri scopi.

Continuando, un terzo livello di integrazione emerge: il compito di portare al mondo la nostra anima, manifestando il nostro vero essere. Incominciamo a coltivare un modo di vivere che sia veramente in contatto con ciò che conta. La nostra psiche moderna frammentata è stata disconnessa dalla Natura e dagli altri esseri, per via del consumismo e delle distrazioni digitali infilate nelle crepe, per tappare il dolore della separazione. Integrare veramente il nostro lavoro con l’ayahuasca ci offre l’opportunità di guarire chi siamo come individui, e come specie. Come scrive Robert Sardello:

“Dobbiamo portare il nostro vero essere al mondo… La fame psichica provocata dalla rimozione dell’anima dal mondo produce un’avidità insaziabile, per cui quando il mondo non è più pervaso dall’anima, un enorme vuoto appare, che deve essere riempito in qualche modo(1)

Accompagnare la trasformazione in atto

A questo livello profondo l’integrazione richiede che trasformiamo il nostro modo di essere lavorando su noi stessi, le nostre percezioni, e il mondo. Attraverso questo processo ci muoviamo dall’accusa alla responsabilità, dal dramma alla dignità, dall’inconscio alla consapevolezza.

Tutti e tre questi livelli di integrazione richiedono strumenti e pratiche per supportare la trasformazione – metodi pratici di lavorare sul corpo, lo spirito, il cuore e la mente. Perlomeno abbiamo bisogno di sapere come trattare con emozioni difficili e schemi mentali distruttivi, e come sostentare un corpo sano che sia radicato in Terra e connesso allo Spirito. Se abbiamo qualche lacuna in qualsiasi di questi campi, l’ayahuasca ce la metterà dinnanzi. Non è lavoro della medicina quello di magicamente sopperire a queste mancanze: è il nostro lavoro – lavoro di integrazione – quello di evolvere in nuovi modi di essere.

Può essere d’aiuto riconoscere che molti di noi stanno già ricorrendo il cammino dell’integrazione nella loro vita, e probabilmente lo stavamo già facendo da molto prima di sentir parlare di ayahuasca. Una definizione semplice di integrazione è “combinare due cose per farle diventare un tutto”. Integriamo in forma natuarale quando ascoltiamo nuove informazioni e generiamo nuove prospettive. Semplicemente l’integrazione è il processo di crescita e cambiamento evolutivo – e gli umani lo hanno fatto da sempre.

Oriente, Occidente, Popoli indigeni.

Quando capiamo che l’integrazione è una capacità umana innata, non qualcosa che è esclusivo del lavoro con l’ayahuasca, siamo liberi di attingere da strumenti di saggezza di molte culture e tempi diversi. Lanciamo la nostra rete in giro per trovare il supporto di cui abbiamo bisogno, cercando non da dilettanti spirituali, ma come moderni esploratori che vogliono qualcosa che funzioni, qui e ora, nella vita reale. Cosa significa integrazione secondo la prospettiva Occidentale? Quali sono i migliori strumenti integrativi che possiamo trovare nel mondo Occidentale? E quale saggezza hanno da offrire le società indigene?

Spiritualità Orientale.

La spiritualità orientale offre molte vie per sperimentare la pura coscienza chiamata amore, luce, saggezza del Vero Sé, Buddha o Atman. La visione di base è che la nostra essenza è già illuminata, sebbene coperta dall’oscurità. Questo può essere molto confortante per i rifugiati dal concetto Cristiano del peccato originale. Accettare la propria origine come pura, anche se oscurata, è ben diverso che struggersi continuamente per trascendere una natura implicitamente difettosa.

Le religioni orientali offrono una moltitudine di pratiche per dissolvere questa separazione creata dall’ego e rivelare la natura luminosa del Sé essenziale.

Il Buddismo offre gli strumenti della saggezza e della comprensione: la meditazione per aprire e chiarificare la mente, e pratiche per sbloccare il cuore. Le sagge tradizioni dell’India offrono molti metodi meditativi e devozionali, incluso la incredibilmente omnicomprensiva pratica dello yoga in tutte le sue forme.
Anche il Taoismo ha pratiche per coltivare le energie sottili e allineare se stessi al cosmo.

Tutte queste pratiche sono basate su principi simili: che l’uomo, la natura e l’universo esistono in fondamentale armonia; che dentro e fuori, divino e umano sono essenzialmente la stessa cosa; che l’universo e ogni cosa sono espressione di una stessa fondamentale realtà; e che i nostri sensi limitati e identificati con l’ego sono una contraddizione, un temporaneo dimenticarsi di questo stato di base. Le tradizioni non dualistiche come l’Advaita, lo Shivaismo Kashmiro, lo Zen, lo Dzogchen possono essere particolarmente valide per gli Occidentali che cercano di espandere il loro punto di vista egocentrico. C’è molto più da raccogliere dalle tradizioni Orientali: metodi sofisticati per lavorare con il corpo fisico-spirituale attraverso lo yoga, il tai-chi, qi-gong e l’aikido; una comprensione dei corpi sottili e delle energie che danzano attraverso i canali e i chakra; mantra e yantra, mandale e mudra, cosmologie che aprono ai reami e agli universi ‘altri’; rispetto del karma, la grande rete di cause ed effetti che stiamo costantemente tessendo, e la comprensione che l’anima, non-visibile eppure definitivamente esistente, ha più di una vita e abita più di un corpo attraverso l’evoluzione spirituale dovuta alla reincarnazione.

Il punto di vista Occidentale.

Dal punto di vista Occidentale emerge la psicologia del profondo, con la sua stima dell’inconscio e del transpersonale. I lavori di Carl Jung, di James Hillman e di altri, offrono una profonda sapienza per l’integrazione dell’esperienza di ayahuasca con le loro intuizioni sull’ombra, sulla psicodinamica della proiezione e introiezione, e sul potere degli archetipi e del simbolismo.

L’enfasi di Jung sulla completezza piuttosto che sulla perfezione è fondamentale per il cammino dell’integrazione; così Joseph Cambell delucida “Il Viaggio dell’Eroe”, che analizza diverse mitologie di tutto il mondo per rivelare l’inconscio collettivo al lavoro. La psicologia del profondo offre molti modi per ascoltare il linguaggio dell’anima che parla attraverso sogni, immagini, simboli e creatività. Scrivere i diari, l’arte terapia, l’immaginazione attiva e il lavoro sui sogni sono canali attraverso cui l’inconscio può diventare più conscio; un processo che è il cuore dell’integrazione. Altre future prospettive possono essere ottenute dalla psicologia somatica, incluso la comprensione crescente di come lavorare sui traumi incarnati nel corpo, come nella Sperimentazione Somatica e nella Psicoterapia Sensomotoria.

Altre risorse arrivano da molti insegnanti spirituali non-duali contemporanei dell’Occidente. Adyashanti, A. H. Almaas, Catherine Ingram, Byron Katie, Eckhart Tolle, Matt Kahn, Jeff Foster e molti altri: tutti parlano di come sia fondamentale sperimentare la realtà come un tutto, liberi dall’identificazione e dai concetti. Radicate nelle tradizioni spirituali Orientali, queste conoscenze sono presentate in forma moderna.

Alla fine dall’Occidente possiamo anche attingere dalle entusiasmanti prospettive rivelate dalla fisica quantistica. Qui il mondo meccanicistico esplode in una comprensione olografica dell’universo, in cui particelle apparentemente separate sono invece onde di probabilità in movimento, e l’organizzazione concettuale collassa in un reame dove le cose sono non-localizzate e unite in un tutto invisibile e indivisibile.

Il punto di vista indigeno.

Le visioni del mondo indigene sono incarnate in centinaia di tradizioni e culture in qualsiasi continente abitato. Persino l’Europa ha la sua saggezza indigena, sebbene sia stata largamente distrutta; prima dalla Chiesa, poi dalla religione moderna del materialismo scientifico. Attraverso la prospettiva indigena arriviamo alla comprensione del mondo naturale come sacro e vivo. Rituali per connettersi con la Natura e modi di curare attraverso di essa pervadono le pratiche indigene dello sciamanesimo, con il loro viaggi spiritici, la divinazione e le tecniche di guarigione, gli animali, i protettori e i totem. Qui di nuovo c’è un apprezzamento dei sogno e una comprensione della fluidità dell’identità umana e della nostra interconnessione con il tutto.

Le prospettive indigene non sono proprio delle religioni, nel loro modo di percepire e relazionarsi con la Terra, e con i mondi dell’altrove. Diverse culture indigene – Maori, Shipibo, Yupik, Lakota e centinaia di altre – sono profondamente familiari con gli spiriti, le piante e il potere delle loro terre. Lo spirito dell’ayahuasca ha collaborato con gli indigeni dell’alta Amazzonia per un tempo molto molto lungo.

Una cosa che gli indigeni capiscono molto bene è come tutto sia interconnesso. Questo senso di connessione con la natura – il riconoscere che noi umani siamo organicamente intrecciati nella manifattura della natura e del cosmo – è probabilmente il dono più significativo. I nativi Quechua del Perù comprendono come ayni, “reciprocità sacra”, un modo per onorare la relazione tra uomini e la più vasta sensibilità del mondo, e cercare di vivere in armonia con esso. La cultura moderna ha perso questo senso di reciprocità con la natura che pervade le culture tradizionali, e la conseguente superbia minaccia l’intero pianeta.

Il punto di vista indigeno sorge di nuovo attraverso l’ayahuasca: parte della cura è riconnetterci ad una matrice più larga. Dopo la cerimonia è molto comune sentir sorgere un nuovo senso di appartenenza alla natura, insieme alla responsabilità di proteggere la creazione e usare i suoi doni saggiamente. La comprensione che la Terra è viva, che la creazione è intelligente, e che siamo parte di una rete viva: queste sono alcuni dei molti regali che vengono dal lavorare con l’ayahuasca.

Un vero e proprio cambio di paradigma

In questo processo stiamo guarendo le nostre menti moderne frammentate. L’ayahuasca lavora a molti livelli, non ultimo riparando la cesura Cartesiana di mente/corpo e uomo/natura. La medicina riconnette il corpo con il cervello, un mirabile aiutante, ma non più il padrone. Riunendoci con la natura, stiamo di nuovo ricollegando noi stessi alla matrice della vita, in un modo che è urgente, disperatamente necessario.

Oriente, Occidente e Popoli indigeni: tutte queste tre prospettive offrono modi per aprirci a qualcosa di più grande che le nostre menti consce, che sia il Sé, l’inconscio, o l’universo. Gli umani sono parte di un disegno più grande, ma solo una parte. Da tutte queste prospettive ricaviamo indizi su come lavorare con l’integrazione. Ci immergiamo in ogni possibilità ed esaminiamo cos’è più utile in ogni circostanza particolare. C’è sempre spazio per il nuovo, in un cammino di crescita. Il processo di integrazione non finisce – mai. E’ il continuo processo della vita che si muove verso nuove complessità e semplicità più profonde. E sta a noi viverle, renderle reali.

Ringraziamenti

Grazie a Matthew Watherston del Temple of the Way of Light per aver ispirato l’idea di questo articolo e per aver condiviso alcune valide prospettive.

NOTE

(1) Robert SardelloFacing the World with Soul: The Reimagination of Modern Life, (Great Barrington, MA: Lindisfarne Books, 1991).

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2 commenti

  1. Grazie. Articolo completo ed interessante.

    1. Grazie a te Fabio! Un abbraccio e buon lavoro!

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