Ayahuasca: non ci sono più gli sciamani di una volta

con decreto ministeriale del 23 febbraio del 2022 il governo italiano ha inserito l’ayahuasca in tabella 1 (leggi qui »). Questo articolo non vuole incitare all’uso dell’ayahuasca ma solo informare, in un’ottica di riduzione del danno, chi ne continui ugualmente a far uso.

Le radici in cui affondava la pratica della medicina ancestrale amazzonica, di cui l’ayahuasca fa parte, si sono smarrite nelle nebbie della ‘civilizzazione’…

di Simona Adriani

Ho iniziato a bere ayahuasca quasi 20 anni fa (nel 2004), un periodo in cui non se ne sentiva assolutamente parlare, e pochissimi sapevano cosa fosse.

Ho assistito quasi incredula all’aumentare vertiginoso dell’interesse per questo potente enteogeno, come anche all’apparire sulla scena di ogni tipo di attori.

Ho iniziato a frequentare il Perù nel 2014, per andare direttamente alla fonte di ciò a cui mi ero così tanto dedicata. Devo dire che effettivamente le esperienze che si hanno nella foresta sono molto diverse da quelle che si hanno qui, nel caos della vita cittadina. Ma non sempre.

Quello che ho capito in tutto questo tempo e dopo un numero di cerimonie che sfugge ai miei conti da molto tempo, è che molto – non dico tutto, ma moltissimo – dipende dalla persona che presiede la cerimonia più che dalla sostanza in sé.

Non sarà mai abbastanza la forza con cui sottolineo questo concetto, perché è una cosa talmente lontana dalla nostra mentalità razionale – la cui impostazione materialistica ci porta a pensare che gli effetti di una sostanza dipendano esclusivamente dalle sue caratteristiche chimiche – che pochi o nessuno ci crede mai. Dicono tutti di sì ma dentro, nel profondo, non la pensano così.

Invece è una delle più grandi verità che ho dovuto imparare ad accettare.

Ho fatto cerimonie con moltissimi sciamani/e diversi, e anche in vari contesti religiosi sincretici che usano l’ayahuasca come sacramento: così tanti che lo sciamano che mi ha dovuto battezzare, per darmi un’iniziazione alla tradizione Shipibo, ha detto che ha fatto fatica a trovare un nome, per via di tutte le esperienze diverse che avevo avuto. Non so se questo è un bene, non è stata mia precisa intenzione che accadesse ciò, ma è andata così.

Negli ultimi anni la tradizione Shipibo è stata quella che ho approfondito di più, nell’arco di otto anni mi sono recata nella foresta amazzonica una o due volte l’anno, per periodi dai 15 giorni ai sei mesi.

Ho frequentato i grandi retreat storici, ben attrezzati per ricevere i turisti stranieri, le baracche alla periferia di Pucallpa dove vivono gli Shipibo che scappano dai villaggi nella foresta per tentare di integrarsi con la società occidentalizzata, i villaggi nella foresta dove vivono quelli che ancora non sono scappati, e gli avamposti più sperduti lungo il fiume Ucayali, dove la vita scorre lenta e la gente ancora si gira per strada quando vede passare un gringo.

Un curandero “di una volta”

lo sciamano centenario
Io, mio marito, e lo sciamano centenario

In tutto questo mio peregrinare posso dire con certezza che l’unico vero sciamano che ho incontrato è stato un vecchietto, di un presupposto centinaio di anni, con un sorriso sdentato e uno sguardo offuscato dalla cataratta, di una dolcezza disarmante.

Mi sono ritrovata in casa sua, accolta come una della famiglia, a vivere nella sua baracca e a condividere con loro la scarsità di comodità, propria degli “asentamientos humanos” dove vivono gli Shipibo che si avvicinano alle città, in estrema povertà e ai margini della società.

Come dare loro torto se i più giovani hanno visto nell’ayahuasca una maniera per fare soldi, garantire cibo alle loro famiglie, permettere di studiare ai loro figli?

A casa del vecchietto centenario eravamo stati trattati come ospiti, non ci avevano chiesto denaro, avevano detto “fate un’offerta, non abbiamo un centro, cosa possiamo chiedere?“. In quella casa era il vecchietto che comandava. Fortunatamente ancora il rispetto per gli anziani, soprattutto quelli che hanno svolto per tanti anni il ruolo di medico/curandero, è alto, lì.

Tuttavia mi ha abbastanza sorpreso vedere che i suoi parenti, venuti a fargli visita proprio per i suoi servizi di curandero, siano completamente impazziti di fronte a un’aspirina che avevo con me, e che ho dato da bere alla ragazza che era venuta in cerca di cura, perché la vedevo molto dolorante. Si sono tenuti tutto il tubetto, come fosse una reliquia.

Un curandero di oggi

L’anno successivo fui invece ospite a casa di un altro sciamano, uno che avevamo conosciuto in uno di quei centri per turisti in Iquitos. Adesso eravamo andati a trovarlo in casa sua, viveva in un paesino dall’alto Ucayali, uno di quelli dove tutti si girano se vedono passare un gringo per strada.

Boulevard di Atalaya

Un giorno, mentre passeggiavamo nel ‘boulevard’ lungo il fiume, un signore mi si avvicina e mi chiede se per caso non conoscessi qualche pillola che possa far tornare la salute a sua moglie, indebolita oltremodo dalla settima gravidanza. «Anche se dovesse costare 300 soles!» mi disse (equivalente di circa 100 euro). Ovviamente gli ho risposto che no, non esiste niente del genere, ma stavo per aggiungere che, forse, lo sciamano da cui ero in cura io poteva aiutarla.
Lo stupore nato nel viaggio precedente si è tramutato in certezza:

quello che sono per noi le pratiche sciamaniche, sono per loro le nostre medicine.

Lo sciamanesimo ha perso la sua identità culturale, è rimasto in vita solo grazie a noi stranieri che andiamo là alla ricerca della pozione magica, questa ayahuasca dai mille poteri

Uno sciamano nella selva

Con questo sciamano siamo andati a far visita a una ‘chackra‘, cioè un piccolo villaggio nella foresta, sul bordo del fiume, dove ancora gli Shipibo sopravvivono in comunità rurali, lontani dalle logiche della città.

Alla chackra si arriva solo in barca, non c’è luce elettrica, non ci sono strade, non ci sono macchine, non ci sono ospedali, non ci sono negozi. Ci sono solo palafitte di legno, fuochi da campo accesi per cucinare il cibo che viene dalla foresta o dal fiume, buchi nel terreno per andare in bagno, girano pochi soldi, e la gente vive ‘come una volta‘.

Qui esiste ancora la figura dello sciamano ‘vero’, cioè l’unica persona a cui, nel caso in cui qualcuno si senta male, ci si rivolge per essere curati. Abbiamo chiesto se avremmo potuto avere una cerimonia qui con lui. Ci è stato risposto di no, che lo sciamano (vero) non ne voleva sapere dei turisti. Lui faceva cerimonie solo quando qualcuno aveva bisogno di essere curato.

curanderi tradizionali che curano nelle chacras

Invece quello presso cui eravamo in ‘dieta’ noi, di turisti ne voleva sapere eccome. Dopo aver lavorato nel mega centro di Iquitos, aveva capito che i gringos possono pagare un sacco di soldi. Ci ha chiesto 100 dollari a cerimonia. Tre cerimonie a settimana. Per un mese. Fate i vostri calcoli.

Sono rimasta allibita e gli ho espresso il mio disappunto. Che differenza rispetto il vecchietto dell’anno precedente che, dato che non aveva un centro, ci aveva chiesto un’offerta libera! Anche quest’ultimo non aveva un centro, facevamo le cerimonie in casa sua, e noi risiedevamo in albergo. Quindi 100 dollari a cerimonia mi sembrava veramente un prezzo eccessivo! Siamo scesi a 75. Sono comunque un sacco di soldi, se paragonati al potere di acquisto del dollaro a queste latitudini.

Infatti dopo una settimana che eravamo lì, ha comprato la lavatrice per la sua famiglia. Dopo un’altra settimana (durante la quale era arrivata anche un’altra paziente) ha rinnovato la propria cucina, inserendo un lavello e facendo fare opere di idraulica per lo scarico della acque reflue.

Il cognato – sciamano anche lui – quando ci è venuto a prendere era appena tornato dal piccolo aeroporto cittadino, dove aveva accompagnato i suoi due ultimi ‘pazienti’ (un americano e un tedesco). Nei giorni seguenti aveva costruito un bagno in muratura nel cortile davanti alla sua casa, casa che già non era una baracca di legno come quelle dove vivono la maggior parte degli Shipibo, e nella quale ho contato ben 3 televisori LCD da 40 pollici e più.

Imbarcazione tipica dell’amazzonia peruviana

Io non ho nulla contro il desiderio e il diritto di queste famiglie ad avere una vita più dignitosa: come ho già scritto, il mondo idilliaco (che poi forse non è così idilliaco come crediamo) del baratto e della reciprocità già non esiste più. Loro possono offrire qualcosa che noi cerchiamo, si formano e apprendono per molti anni per fare ciò, e quindi è giusto dare un corrispettivo. L’ho sempre detto e sempre lo dirò sempre.

Ma mi chiedo:

Perché quel vecchietto non aveva voluto soldi e ci aveva accolti in casa sua come parenti?

Perché quello sciamano del villaggio nella chackra non ne voleva sapere di dare l’ayahuasca ai turisti?

Perché, nonostante la vera medicina tradizionale amazzonica non preveda assolutamente che i pazienti bevano ayahuasca, si è invece diffusa la pratica di far bere l’ayahuasca ai pazienti, anche tra gli sciamani indigeni ?

Lo stesso sciamano che ci ha sfilato 75 dollari a cerimonia ci ha confermato che – tra di loro – l’ayahuasca la bevono solo le persone preparate, cioè solo chi viene scelto per iniziare l’apprendistato. 

A conferma diretta di questo, durante i mesi che siamo rimasti con lui, un paio di volte alcuni suoi parenti sono venuti a farsi curare, partecipando alle cerimonie di ayahuasca organizzate per noi. E nessuno di loro ha bevuto ayahuasca per essere curato. E nessuno ha pagato.

Perchè dunque noi riceviamo questo trattamento così diverso?

Perché noi paghiamo: questo è quello che vogliamo, questo è quello che riceviamo.

Qualche domanda da farsi…

Tutto questo racconto è per dire:

Quale tradizione sciamanica può esistere ancora, presso un popolo che ha completamente dimenticato le sue stesse radici e che le sta rifiutando con tale forza?

Che sciamani possono essere quelli che decidono di intraprendere la “carriera” solo perché è una sicura fonte di reddito?

Che legame possono instaurare con la/e pianta/e? Che insegnamenti ricevere dagli spiriti che invocano, se il loro reale interesse non è guarire le persone malate, ma solo guadagnare soldi?

La logica del denaro e la logica della cura

Tornando al vecchietto centenario che non aveva voluto stabilire un prezzo, ma solo accettare un’eventuale offerta, durante una cerimonia con lui si impossessò di me l’esatta sensazione di cosa doveva essrere stato lo sciamanesimo ai tempi in cui lui era giovane.

Per un attimo fui lui, e mi trovai di fronte al caso di un paziente che non poteva pagare per le cure che chiedeva, e mi arrivò la sensazione, assurda, di come avrei mai potuto rifiutare di guarirlo solo perché non aveva ‘soldi’.

In quel momento la mia mente, la mia coscienza, comprese così bene quella medicina fatta di generosità e di reciprocità, quella sicurezza che il benessere di tutti era il benessere di ognuno: per cui, se io oggi ti curo, non ho nessun dubbio che questa azione mi verrà ripagata. Da te, dalla comunità, dalla natura. Dal fatto che se tu dipendi da me anche io dipendo da te, e quindi non c’è ragione di mettere prezzi, barriere, negare assistenza a qualcuno. Sarebbe come negarla a sé stessi. E’ totalmente folle.

Ma oggi non esiste più questa situazione di reciprocità, in nessun luogo del mondo.

Sentiamo ripetere ovunque, anche dai più addentro al settore, che se uno sciamano ha studiato per una vita per diventare tale, perché non dovrebbe farsi pagare per offrire le sue prestazioni?

Sono d’accordo. Infatti ho precisato subito che non ci vedo niente di male nel fatto che il nostro sciamano si fosse comprato la lavatrice, si fosse costruito il bagno, avesse acquistato un nuovo motocar per accompagnare i figli a scuola, etc… Anzi, sono contenta che almeno i nostri soldi siano serviti ad aiutare concretamente una famiglia Shipibo, piuttosto che finire nelle tasche di qualche imprenditore bianco, che ha costruito un impero economico fondando retreats sulle spalle della sapienza indigena.

Tuttavia, continuo a rimanere perplessa in casi in cui la logica dei soldi prevarica sul quella della cura.

Quello stesso anno la persona che accompagnavo in selva era molto grave. Così grave che organizzammo il viaggio in meno di 3 giorni. Il curandero che ci aspettava sapeva tutto, tuttavia non gli fu possibile essere presente al nostro arrivo. Aveva demandato a suo cognato, spiegandogli l’urgenza del caso. Il quale, inamovibile nella sua determinazione di farsi pagare 100 dollari a cerimonia, a un certo punto disse «se non volete pagare, aspettate che torni mio cognato».

Che sciamano è mai questo, dunque, che specula sulla necessità di cura delle persone?

Un presunto ‘diploma’ da sciamano.

Che rifiuta di curare un paziente grave, perché questi si lamenta del prezzo esageratamente alto? Che fiducia si può avere in questo tipo di ‘sciamani‘?

Laddove non esiste più, come dicevo prima, la fiducia tribale e il riconoscimento onesto da parte della comunità, chi può dire CHI è un vero sciamano?

Ricordo che lo sciamanesimo non è una pratica che si basa su attestati e frequenza all’università, e non è neanche qualcosa che può essere verificato a livello materiale.

Se un meccanico è bravo lo vedi perché ti aggiusta la macchina. Se un muratore è bravo lo vedi perché la tua casa non crolla.

Ma se uno sciamano è bravo, da cosa lo vedi?

Tra di loro è tutto un denigrarsi l’un l’altro, per cui è facile sentire frasi tipo: «Sì, canta bene, ma non basta cantare bene, devi saper manipolare l’energia col canto. Quindi magari uno lo senti cantare bene, e a te ti sembra un bravo sciamano, ma la sua medicina non è efficace».

E allora, come possiamo noi poveri occidentali capire se uno sciamano è bravo? Dovremmo avere il livello di accesso che hanno loro all’altra realtà, e vedere se uno sciamano “fugge” di fronte alle visioni delle malattie che dovrebbe curare… È un cane che si morde la coda: non puoi sapere se uno sciamano è vero, se non sei tu stesso uno siamano…

Perlomeno, ai tempi della tradizione, era più chiaro: lo sciamano doveva curare. E dato che il paziente non beveva ayahuasca, se il paziente guariva, era un buon sciamano, sennò no.

Ma noi vogliamo bere, perché noi abbiamo un altro concetto di ayahuasca. Per noi è un fatto di visioni, di aperture di coscienza, di crescita spirituale, di realizzazione…  e allora come facciamo a decretare: «Si, quello sciamano mi ha curato», oppure «No, non mi ha curato». C’e sempre l’ayahuasca di mezzo, con i suoi effetti pirotecnici, a “inquinare le prove”. Insomma, qualcosa succede sempre. E a noi può sembrare che questo qualcosa ci stia curando.

Il nostro cambiamento, la nostra guarigione, qualsiasi cosa intendiamo con questo termine, è opera dello sciamano? E’ opera dell’ayahuasca in sè? È opera nostra? Ci sta facendo bene davvero? È tutta un’illusione?

E’ proprio su questo terreno incerto che giocano, e mangiano, e campano, tutti i truffatori dell’ultimo minuto che offrono ayahuasca senza neanche sapere coa sia.

Conclusioni

Più che avere conclusioni in realtà su questo tema, ho solo domande aperte, nonostante gli anni di esperienza.

Le tradizioni evolvono, quindi non si può pretendere di idealizzare una figura di “sciamano autentico” legata al passato. Non esiste più. Ma in questa fase di transizione noi stessi contribuiamo a indirizzare la traiettoria verso cui la tradizione sta transitando, ed essere informati rispetto a questo ci può aiutare a non alimentare la direzione sbagliata.

Nelle mie considerazioni una direzione con buoni presupposti è quella in cui lo sciamano affianca, alla necessaria richiesta di denaro come contropartita ai suoi servizi, una solida preparazione ancorata nella tradizione, onestà intellettuale e una sincera spinta interiore a portare luce e cura al mondo.

Simona Adriani

Si laurea in Sociologia nel 2001 alla Sapienza di Roma, con una tesi sull'uso contemporaneo di sostanze psichedeliche. È ricercatrice spirituale dal 2004 e apprendista di medicina tradizionale amazzonica dal 2017. È autrice della trilogia autobiografica "Storia d'Amore e d'Ayahuasca".

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